samedi 3 décembre 2011

La nozione di Ernstfall

La nozione di Ernstfall 

Senso del tragico e situazione d'emergenza



Archivio: 1984

Nel 1978, la Fondazione Carl Friedrich von Siemens di Monaco di Baviera ha organizzato una serie di seminari sulla nozione di Ernstfall. Questo termine tedesco è difficilmente traducibile in italiano. È, per cominciare, una parola composta, come se ne trovano molte nelle lingue germaniche. Scomponendola e analizzandola semanticamente, troviamo innanzitutto Fall, un sostantivo il cui primo significato è «caduta», e che va messo in relazione con fallen, il verbo «cadere». Ma in italiano in questo caso Fall può essere meglio tradotto con la parola «caso» - parola derivata dal latino casus, termine ancora originato dal verbo cadere. Quanto a ernst, è un aggettivo che significa «serio», «grave», quando non è più il momento di scherzare e dell'essere leggeri (1). L'Ernstfall è l'antinomia assoluta della «vita beata», del «lasciarsi andare» al flusso degli eventi, ma anche e soprattutto delle fantasticherie idilliache che un buon numero di pensatori politici hanno voluto trasporre nella realtà. Tuttavia, l'Ernstfall, in origine, è ugualmente un aspetto della vita quotidiana. Un tempo, in effetti, gli uomini vivevano in un mondo più rischioso. Questi Ernstfälle quotidiani si inserivano nella realtà del loro tempo con la stessa frequenza con la quale oggi si presenta la nostra «banalità ipergarantita».

Nato dal vocabolario militare, il termine di Ernstfall non proviene dalla terminologia della filosofia politica, né dal vocabolario giuridico. Partecipando al seminario di Monaco, Joseph Isensee scrive: «L'Ernstfall non è una categoria propria al diritto costituzionale. Questo concetto è del tutto improprio per accedere a questo campo, per trovare posto nella costituzione di uno Stato di diritto». E più oltre: «Lo Stato di diritto governa attraverso la legge. Le leggi sono strutturate sugli avvenimenti regolari della vita. Non vi è che il "normale" che possa essere normativamente regolato. Lo Stato di diritto si fonda sulla normalità. L'Ernstfall è l'”a-normale". Si burla dei calcoli del legislatore che non fissa la sua attenzione se non su situazioni tipiche, ripetitive, che entrino nel quadro del "generalmente valevole". I1 potere dello Stato di diritto fa assegnamento sulla regolarità, il calcolo, la misura. L'Ernstfall, invece, è irregolare e sfugge a ogni calcolo. Esige una tensione estrema. Conforme a ciò che è 1'Ernstfall, è la "misura" presa dall'uomo di Stato. Essa è la reazione unica, specifica ad una e una sola situazione dello Stato. E una reazione che deborda dal quadro imposto dalla norma».
Se la legislazione di uno Stato di diritto non prevede l'Ernstfall, ciò non significa che esso non esista. Non significa che lo Stato di diritto, grazie alle sue caratteristiche intrinseche, sfugga alla possibilità di doverne affrontare uno. Certo, tutte le legislazioni prevedono di accordare a certi organi dello Stato poteri speciali destinati a contrastare un pericolo che minacci la comunità o il regime politico. Si parla così in particolare di stato di emergenza, di stato di assedio, di legge marziale, di stato di guerra, eccetera. Ma uno stato di emergenza non è necessariamente una sfida mortale per uno Stato o una comunità politica. Per esempio, una catastrofe naturale non rimette in discussione il sistema di valori su cui riposa un dato Stato. Il montare di una controélite rivoluzionaria, pronta ad imporre una nuova costituzione reale, metterà invece forzatamente in pericolo i valori dominanti.
La nozione di Ernstfall non può dunque essere integralmente definita dai giuristi, essendo una «categoria di confine», un concetto-limite della scienza giuridica. Nessuna procedura formale può padroneggiare questo elemento della vita storica dei popoli, delle società e delle nazioni. L'Ernstfall sfugge al diritto: dipende puramente e semplicemente dall'«esistenzialità». Il luogo che esso si assegna è la realtà; questa realtà in cui un ordine politico deve affermarsi e mantenersi ogni giorno. Si percepirà così la differenza tra Ernstfall e stato di necessità: l'Ernstfall implica una moltitudine di parametri che non possono essere oggettivamente padroneggiati da un punto di vista puramente giuridico. Lo stato di necessità è previsto da un buon numero di costituzioni ed è destinato ad affrontare un fatto od un insieme di fatti ben precisi e prevedibili.
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Instancabilmente, nuove definizioni dell'Ernstfall devono essere proposte. Questo gioco intellettuale è utile perché l'estrema concretezza, l'estrema esistenzialità implicate dall'Ernstfall ci obbligano paradossalmente ad un livello d'astrazione molto alto. Il termine è talmente astratto - perché ricopre troppi parametri - che ci fa dimenticare le realtà esistenziali e le circostanze pesantemente concrete che lo sottendono. Non esiste un Ernstfall-in-sé, ma degli Ernstfälle propri a persone precise o ad istituzioni determinate. Senza ricorso al concreto, non è possibile pensare l'Ernstfall. Per ricorrere ad un esempio prosaico, diremo che lo studente incontra 1'Ernstfall al momento di passare il suo esame, l'alpinista scivolando in fondo ad un crepaccio. In questi momenti precisi, non si tratterà più soltanto di dominare la situazione tramite l'impiego e l'esercizio di una tecnica. L'individuo in questione è imperativamente obbligato ad autoaffermarsi integralmente. La sopravvivenza o la riuscita esigono la mobilitazione totale delle forze intellettuali, morali e fisiche dell'individuo, ed anche un'azione-risposta rapida. Nell'Ernstfall, il destino danza su una corda tesa. In tedesco si dice auf des Messers Schneide (2). Corde o lame, non sono «luoghi» in cui è bene attardarsi a riflettere per convenire delle azioni da intraprendere, per scegliere giudiziosamente la procedura più «legale», più «normale» da adottare. Nelle situazioni-limite, lo spazio di decisione si restringe paurosamente. Quando la situazione sfugge al tran-tran della normalità, il comportamento abituale deve far posto molto rapidamente ad un comportamento nuovo. L'Ernstfall forza all'innovazione. L'ideale del giusto mezzo va in fumo. Come ci dice il poeta Friedrich von Logau in una sola formula «In Gefahr und grosser Nothbringt der Mittel-Weg den Tod» (3). Il filosofo chiamerà xò (4) il momento in cui la decisione, che implica la morte o la sopravvivenza, deve imporsi.
Ritorniamo allo studente e all'alpinista. L'uno ha preparato il suo esame e l'altro si è allenato a dominare i pericoli della montagna. C'è stata previsione. E preparazione. Ma l'accortezza e la prudenza non bastano. I1 rischio previsto, calcolato, la missione severamente pianificata, la situazione che si è capaci di dominare, non sono stricto sensu degli Ernstfälle. Questi ultimi non possono essere superati che se il valore esistenziale e la fortuna si coniugano.
Machiavelli parlava di virtù e di fortuna. Sono queste le forze che determinano il divenire politico nelle mutevoli circostanze della storia. Ma che cos'è l'Ernstfall per un sistema politico? Abbiamo già sfiorato la risposta. Cari Schmitt, il principale giurista e politologo oggi vivente, ha formulato da parte sua una risposta lapidaria: 1'Ernstfall è la guerra, e soltanto la guerra (5). In un primo tempo della sua riflessione, affermando ciò egli si poneva esclusivamente nel campo della politica estera. Fedele a queste concezioni tradizionali, ereditate tra gli altri da Joseph de Maistre, pretendeva così implicitamente che non vi fosse posto per il politico all'interno di una società. L'esperienza della seconda guerra mondiale e delle lotte di liberazione nazionale l'hanno portato ad allargare questo punto di vista fino a giungere alla prospettiva esemplificata del saggio Teoria del partigiano (6). La guerra civile politicizza in senso totale la comunità politica dall'interno, come e più di quanto può fare un conflitto internazionale (7). Bisogna per questo che il nemico - interno od esterno - esiga uno sconvolgimento radicale. Non vi è dunque Ernstfall quando vi sono baruffe per sapere se bisogna mantenere o modificare tale o tal'altro aspetto della costituzione. Quando vi è modificazione o effrazione della legge costituzionale, questo non vuol dire che la costituzione stia per essere rimpiazzata da un'altra che le sia antinomica.
In questo gioco, le varianti sono multiple: saranno ora le strutture economiche, ora i miti fondatori, ora l'importanza politica delle forze armate a determinare l'Ernstfall. Così, per esempio, l'Occidente vivrebbe un Ernstfall se le sue strutture economiche venissero radicalmente sovvertite; Israele ne vivrebbe un altro se il mito di Sion non suscitasse più interesse negli ebrei della diaspora; un altro ancora comporterebbe per il Cile una svolta che vedesse un governo civile socialdemocratico sostituirsi alla giunta militare al potere.
Uno Stato che basi le sue istituzioni sulla consapevolezza dell'Ernstfall è necessariamente totalitario. Un tale Stato ha bisogno di un potere politico illimitato per venire a capo dei «nemici del popolo», dei «nemici di classe» o dei «nemici della nazione». Lo Stato totalitario ideale recluta, dinamizza e mobilita tutte le forze potenziali del suo popolo al servizio della sua causa. L'individuo vi si trova arruolato e militarizzato. Si esige da lui una lunga tensione, una resistenza patriottica assoluta. Questo tipo di stato bandisce tutto ciò che diminuisce l'efficienza: la pluralità degli interessi, la concorrenza e l'opposizione politica, il dissenso privato e pubblico.
Ma lo Stato liberaldemocratico può diventare del tutto simile a questo tipo di Stato, almeno nelle sue forme esteriori, quando sopravviene l'Ernstfall e la sua esistenza in quanto tale viene messa in discussione. Churchill, durante la seconda guerra mondiale, ha esercitato poteri sovrani in Inghilterra non strutturalmente dissimili da quelli istituzionalmente propri ai governi delle nazioni totalitarie contro cui gli alleati erano in guerra. Spesso le democrazie presentano nelle fasi di crisi il fenomeno della dittatura «tecnica». Ma questa somiglianza con gli Stati totalitari, non è in realtà che superficiale. In questi ultimi, la dittatura è istituzionale; nelle democrazie, essa è, o pretende di essere, «commissariale». L'obiettivo, almeno formale, di una dittatura commissariale è di ristabilire al più presto la normalità liberale ed assicurare così la propria estinzione (cfr. le varie dittature militari succedutesi in vari paesi del mondo dalla fine dell'ultimo conflitto ad oggi). Questa dittatura è costituzionalmente provvisoria e pretende di essere una misura in certo qual modo spontanea, non presa da nessuno. In realtà, è probabile che una democrazia non riesca affatto a sussistere a lungo termine se la rimozione che essa opera del concetto di Ernstfall è totale; e gli esempi storici mostrano che le democrazie si mantengono solo quando conservano surrettiziamente una capacità di decisione politica in funzione della propria sopravvivenza.
In ogni caso, le democrazie distinguono comunque irriducibilmente l'Ernstfall dalla normalità, e rendono il primo incommensurabile alla seconda. Esse non concepiscono mai lo Stato come un sistema necessariamente in lotta per la propria sopravvivenza, ed i suoi cittadini non sono affatto militanti mobilitati in permanenza: per le ideologie ireniche ed idilliache la normalità è una sorta di paradiso terrestre di cui nulla turba la tranquillità, e la smobilitazione politica del cittadino dovrebbe costituirvi la regola. Joseph Isensee ci ricorda alcuni modelli di Stati fondati su di una nozione di Ernstfall permanente. Il modello antico che propone è Sparta. I modelli contemporanei presi in esame sono alcuni Stati africani e l'Unione sovietica. Ma tanto gli uni che l'altra sono ben lontani dall'eguagliare la perfezione spartiata. La seconda in particolare riposa su un paradosso. I regimi marxisti praticano la «lotta di classe»: questa lotta parte dal processo rivoluzionario per sfociare infine nella «dittatura del proletariato», periodo di transizione che deve servire a epurare totalmente la società dalle scorie del vecchio regime. In seguito, sopravverrà il paradiso comunista, l'universo senza più alcuna contraddizione. Un mondo da cui il tragico sarà cacciato, in cui l'assalto delle alee storiche sarà un brutto ricordo del passato. Il paradosso risiede in ciò, che la speranza di veder insediarsi un paradiso produce una società ascetica, povera, ordinata e costrittiva. Ma la speranza, che è il motore primo di ogni dinamismo rivoluzionario, è delusa dallo scivolamento progressivo nel pragmatismo e nell'opportunismo. Ernst Bloch ha ben delineato questo processo. Lo slancio rivoluzionario affoga nell'immensa tristezza del burocratismo autoritario. Dal rosso si passa al grigio. Il processo di normalizzazione e pericoloso per il regime. La routine lo minaccia. I vecchi militanti sono delusi. Alla nuova élite al potere resta soltanto il mettere l'Ernstfall in scena. Dal reale, si passa allo spettacolo. Dall'incarnato al disincarnato. La rivoluzione culturale cinese è l'esempio tipico di questo scenario, benché essa sia servita anche a restaurare l'autorità di Mao Tse-tung entrata parzialmente in crisi negli anni precedenti. La simulazione è l'Ersatz-Revolution (8). La designazione del nemico regredisce in demonologia. Ma questa simulazione non dura che un istante, e deve essere sempre rinnovata. Il governo sovietico, scrive un giornalista di Die Zeit, deve domandare alla sua polizia di lottare contro una corruzione ed un lassismo nel lavoro smisurati, impensabili in una società capitalista fondata sulla massimizzazione del profitto. Il giornalista liberale accusava persino Andropov di voler restaurare un puritanismo spartiata. Invano. Il lassismo nel lavoro sta rendendo l'U.R.S.S. una potenza di secondo piano, incapace di occupare economicamente le sue dipendenze militari del Nicaragua, del Mozambico, d'Angola, d'Etiopia e del Vietnam. La simulazione dell'Ernstfall non è l'Ernstfall. E un'uscita dalla realtà. Un'uscita che finisce per avere gli stessi effetti al limite del californismo d'esportazione servito agli europei dai media americani. Un'uscita dal reale che avrà per la Russia effetti disastrosi: essa finirà per cadere ogni anno sempre più sotto la dipendenza economica americana. Salvo se potesse fare appello a capitali ed esperti europei. Per i simpatizzanti non marxisti della Rivoluzione d'Ottobre la Russia non avrebbe fatto una rivoluzione socialista. ma una rivoluzione nazionale, essa avrebbe così voluto cacciare gli industriali e gli investimenti europei dal suo territorio. Certi scritti di Lenin sull'imperialismo sono a questo proposito molto rivelatori. La borghesia russa faceva appello agli stranieri per salvare le sue prerogative. La Nomenklatura di oggi, che è tutto salvo un'élite rivoluzionaria, dovrà molto probabilmente far appello agli ingegneri tedeschi orientali, francesi e italiani per salvare la Russia dal marasma economico. Ma lo scambio sarà diverso. Al tempo degli ultimi due zar, venivano scambiati investimenti contro dividendi. Domani, lo scambio potrebbe essere di tecnologie contro materie prime.
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Lo Stato liberale offre la «libertà», ma idealmente non dovrebbe esigere la conformità ad un'immagine antropologica considerata ideale, o ad un corpus dottrinale definito. Già l'idea di un'educazione dei cittadini in funzione dell'acquisizione di una coscienza democratica implica un'incoerenza di fondo. Lo Stato liberale puro riscuote le imposte e basta. Non esige alcun servizio che faccia appello all'ideale, al patriottismo. L'eroismo non è di rigore se non quando la «tirannia» minaccia. I cittadini possono certo far valere i loro «diritti» di fronte allo Stato. Ma questa difesa resta un esercizio normale di questi diritti. Non implica alcun rischio o coinvolgimento personale.
Questa assenza di «impegno» non corrisponde affatto al temperamento polemico di molti intellettuali che amano giocare il ruolo di «resistenti». C'è qualcosa di donchisciottesco in questo atteggiamento. La piattezza della vita quotidiana non conviene ai temperamenti combattivi; la loro sensibilità morale soffre delle insufficienze del sistema; il loro zelo etico esige la lotta per ideali sublimi; essi hanno così la speranza di trovare nella militanza politica uno stile di vita più compiuto.
Una tale mentalità tende a volere l'Ernstfall. Essa aderisce oggi così più facilmente al marxismo, col suo programma di lotta su scala planetaria. Ciò di cui le nature combattive hanno bisogno, è dell'entusiasmo. Della fede. Ritengono che la normalità li spogli di ogni creatività. Diventa allora facile accorgersi che lo Stato di diritto si basa su una mentalità priva del fattore aleatorio. Una mentalità che deve essere presente in tutti i cittadini perché questo tipo di Stato sia totalmente stabile. L'obiettivo dei governanti sarà così di accentuare il senso di sicurezza nei cittadini. L'Ernstfall deve essere scaraventato di forza fuori dagli spiriti. Questa rimozione diventa di conseguenza una «virtù politica». Mentre lo Stato comunista simula l'Ernstfall, lo Stato liberale lo dissimula. È un altro modo di sfuggire alla realtà. Mentre uno Stato che si assegni per fine l'efficacia sociologica in rapporto ad un fine dato deve riuscire, con un approccio relativista e differenzialista al problema, a far convivere sempre alla Normalfall-Mentalität quell'Ernstfall-Mentalität reale che abbiamo visto indispensabile alla vita degli uomini e dei popoli. Due mentalità che in parte si traducono in due differenti tipi antropologici, entrambi presenti nel corpo sociale.
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Allo stato attuale in Europa una rivoluzione è altamente problematica. Non si può più fare una sociologia delle rivoluzioni. Troppi parametri, troppi dati, troppi freni la rendono indecifrabile. Noi viviamo in una proliferazione di segni, come proclama Baudrillard. Questi segni sono in particolare per quanto ci interessa la simulazione dell'Ernstfall nei regimi comunisti o la sua dissimulazione nei sistemi liberali americanomorfi. In mezzo a questa proliferazione stordente, non c'è più modo di condurre un'idea fino alla sua logica definitiva. In una parola, sembra non esserci modo di trasporre un'idea o un sogno rivoluzionario nel concreto. L'eterotelia aspetta al varco (9). Essa compromette tutti i processi di rinnovamento, li soffoca e li impantana. Nel gennaio di quest'anno, la rivista americana International Businness Week si felicitava per l'iniziativa del ministro sandinista nicaraguense Carlos Arguello, che era appena sbarcato negli Stati Uniti per domandare alle finanziarie americane ed ai banchieri di New York di curare le potenzialità del Nicaragua. La rivoluzione sandinista tradiva così la sua missione. Come avrebbe potuto fare altrimenti? Si può ben rigirare la questione in tutti i sensi: la risposta sarà sempre negativa. Finché non si osa rompere il quadro politico attuale, al sistema non si sfugge.
Per Baudrillard, la nostra epoca non è più politica, ma transpolitica (10). La politica implica l'anomia, cioè l'irruzione perpetua dell'Ernstfall. La transpolitica, quanto ad essa, implica l'anomalia, l'aberrazione senza conseguenze. Non vi sono più trasgressioni significative possibili. Si affonda nell'anodino e nell'inesplicabile. L'anomalia non ha incidenza critica nel sistema, contrariamente allo spettacolo che la fa nascere. Ma l'incidenza critica dello spettacolo è fugace, effimera. Il popolo del Nicaragua, il proletariato di Managua, voleva veramente la rivoluzione o non desiderava piuttosto lo spettacolo della rivoluzione, la sua simulazione? O non si sono, i morti, sacrificati al solo spettacolo della rivoluzione, compreso Monsignor Romero in Salvador? Questi Ernstfälle in seno ad un mondo obeso, denunciato da Baudrillard, sono realmente i motori della storia, come lascia intendere Josef lsensee? Lo sono certamente stati in passato. Ma per Baudrillard, Elias Canetti e Guillaume Faye noi siamo ormai usciti dalla storia; siamo all'era della trans-storia come all'era della transpolitica.
Per l'occidentale, come d'altronde per l'abitante dei paesi del Commonwealth, la storia non esiste più. Gli Ernstfälle classici sono, almeno provvisoriamente, resi impossibili o insignificanti. Per l'afgano o l'iraniano, che hanno vissuto fino ad oggi alla periferia della storia occidentale, la resistenza al sistema è un Ernstfall classico. Questi popoli possono vivere fin da oggi una militanza patriottica reale, che coniuga spettacolo e concretezza. Il loro sacrificio è postulato da un reale volontarismo. Essi restano persuasi di contribuire allo sbocciare di un mondo o di una società nuova. O di ritrovare il loro mondo tradizionale, dopo averne cacciato l'invasore. Reagiscono come reagivamo noi nel diciannovesimo secolo o nella prima metà del ventesimo. Ogni attore del dramma storico può attribuirsi un ruolo, fors'anche il più modesto. L'afgano non vede l'immagine del rivoluzionario sullo schermo televisivo. Per vedere questa immagine potentemente mitica deve giocare lui stesso il ruolo di rivoluzionario, vestirsi ed armarsi di conseguenza. L'aspetto sublime si fonde con l'aspetto pesantemente concreto.
Gli occidentali sono al presente troppo svuotati per gettarsi in un'avventura rivoluzionaria. Conoscendo il numero incalcolabile di parametri di cui bisognerebbe tenere conto per condurre un'impresa rivoluzionaria, abbandonano ogni chimera. Sanno molto bene che finirebbero per reintegrarsi nel sistema come i sandinisti nicaraguensi. Allora a che scopo darsi un ruolo? Perché voler corrispondere ancora ad un'immagine mitica? L'immagine del rivoluzionario sullo schermo televisivo è più bella e più accattivante di quella che potrebbero darsi. Il sublime è meno sublime nel concreto. La tentazione dello spettacolo sfuma, e fagocita l'Ernstfall rivoluzionario. Gli eroi di Hemingway e di Malraux possono attualizzarsi nei mujahiddyin iraniani o nei guerriglieri afgani. Non negli europei di oggi.
Il professore berlinese Wolf Lepenies, nella sua magistrale opera intitolata Melancholie und Gesellschaft, evoca l'epoca della Fronda, nella Francia del di ciassettesimo secolo. Ma è soprattutto il regno di Luigi XIII che prende in esame. Lepenies avvia la sua dimostrazione a partire da un tema di Norbert Elias: quella del «meccanismo reale». Nel diciassettesimo secolo si assiste ad una monopolizzazione senza precedenti del potere. La razionalità progredisce a passi da gigante. Il sovrano centralizza la sovranità con l'aiuto di un apparato e diventa così arbitro delle forze sociali, pur restando attore in seno alla società. I1 monopolio statale permette una stabilizzazione della società anche se al suo interno coesistono potenti gruppi antagonisti. Come, per esempio, la nobiltà di spada e la nobiltà di toga. La seconda è concorrente della prima. La neutralizzazione dei conflitti avviene a corte. Questa è un'istituzione destinata a controllare e a domare la vecchia casta dei «guerrieri». La vita senza costrizioni dei cavalieri appartiene al passato. Ma il re, Luigi XIII in questo caso, non ha di primo acchito padroneggiato questa istituzione di neutralizzazione. Se il sovrano non gioca il suo ruolo di arbitro sociale, se trascura l'etichetta di corte, la nobiltà si metterà a soffrire della sua oziosità. Essa si renderà conto di essere stata esclusa dal potere di decisione reale. Sopravviene allora la satira del potere, poi la cospirazione ed infine la Fronda.
All'inizio dell'età dell'assolutismo, due sfere sembravano dominare la scena politica: quella dell'ordine primario e quella dell'ordine secondario. L'ordine primario è la divisione istituzionale dei poteri reali, è l'equilibrio dei veri centri di decisione. L'ordine secondario è l'ordine delle derivazioni paretiane; è il luogo in cui regnano le prescrizioni ultraformalizzate, le regole, i privilegi e l'etichetta. Quest'ordine soddisfa il bisogno di parata, di artificio. E il dominio del «passatempo». La rigidità, il grado di obbligazioni dev'essere proporzionale alla perdita del potere reale. La nobiltà si vede privata di ogni potere di decisione. Carl Schmitt ha dimostrato come la decisione (Entscheidung) sia l'essenza stessa del politico. La nobiltà s'è vista spoliticizzata da parte dei re. Perdendo il suo potere di decisione ed essendo quindi ridotta al rango di una corte, essa perde automaticamente ogni capacità riflessiva; diventa inadatta a pensare politicamente. Quando l'etichetta decade, in compenso, importanti potenzialità riflessive si liberano, potenzialità che hanno ipso facto un impatto rivoluzionario e che minacciano l'ordine primario. Quello che cela veri assetti del potere. L'evoluzione storica, dal diciassettesimo al diciottesimo secolo, è la seguente: dalla corte e dalla sua etichetta si passa all'era del salotto. Il salotto è il tentativo di creare un ordine che sfugge alla noia. Ma senza l'intervento del re. Più tardi, si tenterà di situare il salotto al di fuori della società civile, in un parco, un giardino ed in un padiglione di caccia. In breve, nella natura. Si postula allora una natura non pervertita dagli artifici sociali, una natura più o meno spoliticizzata. Questa evoluzione è logica; essa si spiega psicopoliticamente. È l'opera di coloro che sono divenuti coscienti dell'insignificanza della routine cortigiana. E hanno preso distanza dalla società costituita, e questa distanza permette una critica acerba del regime. Il successore di Rousseau è Robespierre. Ma noi, in quest'ultimo quarto del ventesimo secolo, siamo capaci di prendere le distanze dal consumismo, dall'iperdimensione dell'obesità, per parafrasare Baudrillard?
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Il mondo comunista della simulazione, il mondo americano della dissimulazione digeriscono in qualche modo gli Ernstfälle. Concentrano ciascuno - ma soprattutto il secondo - una tale quantità di potere che solo una quantità equivalente o superiore potrebbe sfidarli efficacemente. Un primo passo resta comunque sempre il ricorso all'ironia.
Un'ironia che non sarebbe più quella della beat generation, o dei provos di Amsterdam. Ma un'ironia alla Till Eulenspiegel (11), che incrementa la coscienza di sé pur rifiutando le costrizioni dell'establishment. Quest'ironia trarrebbe la sua vitalità in ciò che Michel Maffesoli chiama lo spazio dionisiaco, quello delle feste e dei riti popolari in cui sotto diverse maschere regnava magistralmente il dio Pan. Ma l'ironia alla Eulenspiegel aggiunge a questa componente medioevale, breugheliana e chauceriana, una coscienza luterana. Un rifiuto ostinato dei dogmi e delle costrizioni sociali che ne conseguono. Quest'ironia può essere pronta a prendere le armi. E a battersi duramente.
Sul piano intellettuale in ogni caso essa dovrà mostrare la profonda eterotelia delle ideologie dominanti. Jürgen Habermas, erede della teoria critica della scuola di Francoforte, ha sviluppato un apparato critico di prim'ordine. Ma ha fallito, perché basava il suo strumentario critico sugli stessi valori che il sistema proclama ufficialmente: edonismo, individualismo e razionalità. Di conseguenza, Habermas doveva finire per rigettare ogni soluzione rivoluzionaria; egli non poteva giustificare, con i suoi criteri razionalisti, l'irrazionalità fondamentale di ogni movimento popolare. Per lui, la crisi non è l'Ernstfall, e può essere affrontata con una veglia critica perpetua. La rivoluzione, è un Ernstfall privo di razionalità, un'anomia. In seno alla società attuale, Habermas si fa assertore della strategia del cancro a lungo decorso: una sorta di proliferazione di forme statiche, di crescita immobilizzata nell'escrescenza. Habermas saluta la razionalità modello dei sistemi occidentali gestionali e burocratici; si augura la loro conservazione infinita; vuole che succedano a se stessi. L'ironia alla Eulenspiegel dovrà proclamare gioiosamente che il cadavere è ben morto, che dà forse illusioni perché graziosamente imbalsamato e truccato. I popoli cosiddetti primitivi uccidono i loro idoli per farne rivivere altri. L'immortalità è intrinsecamente ridicola, come la Repubblica degli Immortali che visita l'eroe di Jonathan Swift, Gulliver. Come i cadaveri nelle funeral homes americane di cui si burla l'inglese Evelyn Waugh. L'immortalità è una violenta negazione del reale. La dissimulazione degli Ernstfälle, ed anche la loro simulazione-travestimento, pure. Noi siamo inconsciamente sprofondati nella trans-storia, non uccidendo a tempo i nostri idoli.
Un ordine non esiste che per essere disubbidito, infranto e ricreato, sempre sottomesso alle alee. D'altra parte, quando si disobbedisce al vecchio ordine, bisogna essere in grado di crearne uno nuovo. Noi non facciamo né una cosa né l'altra. E soffriamo di obesità, ci dice Baudrillard strizzando l'occhio.

Robert Steuckers


Traduzione dal francese a cura di Stefano Vaj

1 Il concetto di Ernstfall, che ha particolare rilievo scientifico nel campo del diritto costituzionale, della dottrina dello Stato e in politologia, è per lo più espresso nei manuali e nella saggistica italiani e nelle traduzioni dal tedesco con l'espressione «stato» o «caso d'eccezione» (cfr. per tutti GIORGIO BALLADORO PALLIERI, Dottrina dello Stato, Cedam, Padova 1964). Questa terminologia indica al tempo stesso il carattere «eccezionale» dell'Ernstfall e il fatto che esso costituisce necessariamente un'eccezione alle regole, l'eccezione che le delimita e, secondo il proverbio, le giustifica. (N.d.T.).
2 «Sul taglio del coltello», letteralmente. Ovverossia sul filo del rasoio (N.d.T.).
3 «Nel pericolo e nella suprema necessità la via di mezzo porta la morte».
4 Kò in greco antico indica il frangente, l'occasione, la circostanza. ma anche il tempo o il luogo opportuno in cui accade ciò-che-deve-accadere. (N.d.T.).
5 Cfr. Le categorie del politico. Il Mulino, Bologna 1972.
6 Il Saggiatore. Milano 1981.
7 Vi è Ernstfall perché è rimessa in discussione l'esistenza dello Stato in quanto Stato o dell'ordine costituzionale in quanto ordine costituzionale.
8 Ersatz significa surrogato. La rivoluzione si trova cioè surrogata, sostituita da un suo simulacro spettacolare. (N.d.T.).
9 L'eterotelia, concetto oggi d'uso frequente in politologia, indica la deriva progressiva dei risultati ottenuti dalle intenzioni degli agenti storici, ed è stato introdotto dal sociologo francese Jules Monnerot. (N.d.T.).
10 La società dei consumi, I1 Mulino. Bologna 1970; I1 sistema degli oggetti, Bompiani. Milano 1972.
11 Till Eulenspiegel, personaggio noto al grande pubblico italiano soprattutto per essere stato preso a prestito qualche anno fa per una serie televisiva ad espisodi per ragazzi trasmessa dalla RAI, è una figura leggendaria di origine germanica nota per le sue beffe ai danni di principi, preti e mercanti. Lo scrittore belga Charles de Coster nel libro La leggenda e le avventure di Ülenspiegel e di Lamme Gosdzak nel paese delle Fiandre e altrove (1867) ne ha fatto il simbolo della ribellione dei Paesi Bassi contro la dominazione spagnola, simbolo rievocato dal famoso poema sinfonico composto da Richard Strauss nel 1895. (N.d.T.).

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