jeudi 17 novembre 2016

I fronti siriano e del Donbass: due palcoscenici di una singola guerra




I fronti siriano e del Donbass: due palcoscenici di una singola guerra

Articolo di Robert Steuckers pubblicato da Katehon il 16 Giugno 2016
Traduzione in Italiano a cura di Raffaele Ucci per SakerItalia.it

 Ho sempre insistito sul fatto che entrambi questi teatri di guerra fossero strategicamente collegati. Sarebbe stupido credere che la situazione siriana non abbia nulla a che fare con lo stallo in Ucraina orientale. Storicamente, entrambe le aree sono cosiddette “regioni d’ingresso” sul rimland attorno all’heartland dominato dalla Russia, come il geostratega Saul B. Cohen ha dimostrato nei suoi lavori. Dato che i geopolitici globalisti degli Stati Uniti mirano ad impedire qualsiasi sinergia pan-asiatica nel Vecchio Mondo (o nel World Island, per usare un termine di Mackinder) o qualsiasi cooperazione a lungo termine tra l’Europa centrale e la Russia, è piuttosto naturale che vengano lasciate organizzare scaramucce o guerre a lungo termine da vari sicari su territori che potrebbero avere un’importante funzione di collegamento tra importanti regioni del continente eurasiatico.

L’attuale territorio ucraino ad est della Crimea collegava, all’epoca di Marco Polo e persino successivamente ai grandi khan mongoli, l’Europa (rappresentata dalle basi commerciali genovesi e veneziane) all’Asia. La costa siriana era la porta d’ingresso alle lunghe vie terrestri verso l’India e la Cina. La vitale necessità di controllarla condusse alle otto crociate mosse dall’Europa occidentale durante il nostro medioevo (Spengler ha spiegato perché la nozione di medioevo sia valida solo per l’Europa).

Le realtà geografiche sono stabili e permanenti. Hanno una reale importanza, e tutte le dissimulazioni idealistiche create per muovere guerre inutili o ritardare le guerre (Carl Schmitt) sono solo ponderosi oneri parassitari per accecare i più ingenui. Questo è quello che Mackinder ha cercato di spiegare nel suo libro troppo spesso dimenticato Ideali e Realtà Democratiche (diverse edizioni modificate tra il 1919 e il 1947). Oggi queste due regioni d’ingresso, se venissero pacificate, potrebbero assicurare il transito di beni e materiali grezzi per mezzo di strade, oleodotti e ferrovie tra Asia orientale, Iran ed Europa (nel caso della Siria) e tra Cina, Russia e Germania (nel caso dell’Ucraina).

Ciò che conta oggi sono quelli che chiamerei progetti post-Marxisti e “Lististi” che la Cina sta mettendo in cantiere grazie alla sua sovrabbondanza di denaro e al suo ruolo all’interno della struttura dei BRICS o del Gruppo di Shanghai, col consenso di Kazakistan e Russia. Parlo di prospettiva “Listista” sull’organizzazione continentale perché il principale teorico dello sviluppo nella storia mondiale è indubbiamente Friedrich List. Ha aiutato a sviluppare il sistema di comunicazioni su rotaia nella Germania del 19° secolo, accelerando l’unificazione del paese e la sua industrializzazione. Senza List, nessuno avrebbe mai parlato della Germania come potenza politica ed economica. Ha favorito anche la creazione di canali sia negli Stati Uniti (diventò cittadino americano) per collegare l’area dei Grandi Laghi con i porti della costa est, che in Germania, per collegare tutti i bacini fluviali tra la Vistola e la Mosa nel Bassopiano dell’Europa Settentrionale dominato dalla Prussia. Senza il genio di List, nessuno avrebbe mai parlato nemmeno di un’America prima potenza agricola globale, dato che la Corn Belt [La regione americana dove è prevalente la coltivazione del mais, NdT] non avrebbe potuto essere adeguatamente sfruttata senza un collegamento alla costa atlantica tramite trasporti industriali.

Secondo List, che pensava in termini continentali multipolari e favoriva progetti di unificazione “morbida” sotto la guida dello sviluppo tecnologico, il ruolo dello stato era sponsorizzare le comunicazioni per aiutare lo sviluppo e fare in modo che le forze industriali e tecnologiche private prosperassero (Schumpeter). In questo senso, List era un “liberale costruttivo”, la figura principe di un’efficiente pratica non conservatrice che avrebbe potuto annientare gli aspetti negativi della comune ideologia liberale.

I pionieri cinesi alla fine del moribondo Impero cinese nei tardi anni ’90 dell’800 e all’inizio della sfida repubblicana che portò alla rivoluzione del nazionalista Sun Yat-sen nel 1911, erano tutti ispirati soprattutto da List, che aveva parecchi discepoli cinesi. Dopo i paralizzanti problemi della guerra civile e il dissenso causato dai signori della guerra, dalla lunga occupazione giapponese, dal dominio comunista e dalla Rivoluzione Culturale, la Cina abbandonò in segreto tutte le falsità Marxiste dell’era Maoista (in modo non troppo evidente così da non creare troppa preoccupazione tra le masse e i membri del partito). Di fatto riscoprì List e i suoi successivi seguaci, e programmò piani simili a quelli che lui una volta stilò per gli Stati Uniti e la Germania.

Questi piani diedero potenza economica, industriale e agricola ad entrambi i paesi. Le attuali divagazioni ideologiche inducono confusione e creano conflitti, così che non si ripetano piani positivi per sviluppare vie di comunicazione create e ottenute per il beneficio di tutti i popoli sulla Terra. Perciò, orribili e inutili guerre vengono mosse in Siria e nel Donbass, e potrebbero essere estese dal Caucaso (Cecenia, Daghestan, Ossezia) alla Turchia orientale (i Curdi contro il governo turco), bloccando per lunghi decenni la possibilità di espandere ferrovie, oleodotti e strade.

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jeudi 3 novembre 2016

O caminho espiritual de Ernst Jünger

Robert Steuckers: 

O caminho espiritual de Ernst Jünger

Tradução: Jean A. G. S. Carvalho
Ex: http://acaoavante.blogspot.com

Entrevista concedida por Robert Steuckers a Philitt, em 3 de março de 2016.

Robert Steuckers é o autor de um livro chamado "La Révolution Conservatrice Allemande" [A Revolução Conservadora Alemã], publicado em 2014, que compreende biografias e textos selecionados desse grande movimento intelectual do qual ele é um especialista reconhecido. Ele lidera o movimento Synergies Européennes [Sinergias Europeias] desde sua saída do GRECE em 1993. Nós o entrevistamos sobre a figura emblemática que fez parte da Revolução Conservadora Alemã, Ernst Jünger, bem como uma personalidade menos conhecida pelo público, Armin Mohler, um grande teórico da Revolução Conservadora.

Você faz distinção de muitas correntes dentro da Revolução Conservadora Alemã. À qual delas Jünger pertence?

Ernst Jünger pertence, certamente, ao veio nacional-revolucionário da Revolução Conservadora, quase que desde o começo dela. É uma corrente necessariamente mais revolucionária do que conservadora. Por quais razões Jünger aderiu a esse nacionalismo revolucionário, ao invés de ter aderido outra categoria da Revolução Conservadora? Como mutos de seus companheiros, a leitura de Nietzsche, antes de 1914, enquanto ainda adolescente, foi um fator determinante.

Devemos primeiramente sumarizar que Nietzsche, nessa era, foi lido pelos mais controversos grupos alemães de Esquerda e pelos literatos da Boêmia. Havia um anarquismo alegre e satírico reinante nesses meios sociais, que despiam as máscaras dos bien-pensants, que denunciaram a hipocrisia e castigaram o moralismo. Foi dessa corrente de espírito do movimento juvenil Wandervogel [Viajante] que Ernst Jünger participou de 1911 a 1912. A descoberta de Nietzsche deixou poucos traços escritos no trabalho de Jünger. Entre seu retorno da Legião Estrangeira e seu engajamento no Exército Imperial alemão, temos poucas notas pessoais sobre ele, algumas cartas endereçadas a parentes ou amigos.

Seu biógrafo, Heimo Schwilk, simplesmente relata que Jünger leu o Will to Power [Vontade de Poder] e o Birth of Tragedy [Nascimento da Tragédia]. Podemos deduzir que esse adolescente herdou uma atitude rebelde por meio de sua leitura. Nenhuma ordem estabelecida atraiu seus olhos. Como um bom número de seus contemporâneos da Belle Époque, ele estava entediado e havia rejeitado aquilo que estava "congelado". Então, essencialmente chamaram Nietzsche de "crítico" e disseram que ele "desmascarou" o então transformado Jünger, de 18 anos de idade.

Era preciso pensar perigosamente, de acordo com as injunções do solitário Sils-Maria. Também era necessário fazer uma completa renovação para experimentar o estase dionisiano das comunidades em vívida incandescência. A guerra ofereceria essa vivência ardente a ele. O cataclisma o libertou do tédio, das repetições estéreis, da monotonia hesitante das instituições educacionais. 

A experiência da guerra, juntamente com a confrontação diária com o "elementar" (lama, ratos, fogo, frio, ferimentos) destruiu todos os reflexos congelados que um garoto de uma família da Belle Époque ainda poderia manter em seu coração.

De onde veio o nacionalismo de Jünger?

O que fez de Jünger um "nacionalista", nos anos 1920, foi a leitura de Maurice Barrès. Por quê? Antes da Grande Guerra, eles eram conservadores, mas não revolucionários.Daí, com o mito do sangue, ecoado por Barrès, eles se tornaram nacionalistas revolucionários. O termo, bastante novo no início da República Weimar, indica uma radicalização política e estética que rompeu com a Direita convencional. A Alemanha, entre 1918 e 1923, esteve na mesma situação desastrosa da França depois de 1871. O modelo revanchista de Barrèsian foi, então, transponível para uma Alemanha humilhada e derrotada.

Em seguida, não inclinado a aceitar o trabalho político convencional, Jünger se sentiu atraído, como Barrès o foi antes dele, pelo general Boulanger, um homem que, nas palavras de Jünger, "abriu energicamente a janela, atirando os tagarelas e deixando ar fresco entrar". Com Barrès, Ernst Jünger não apenas encontrou as chaves para a metapolítica da vingança ou um ideal de purificação violenta da vida política, nos estilos de Boulanger. 
Por trás dessa recepção de Barrès, havia uma dimensão mística, concentrada num trabalho que Ernst Jünger já havia lido na escola: "Du sang, de la Volupté et de la Mort" [Do Sangue, do Prazer e da Morte]. Ela contém uma embriaguez orgiástica, que não teme o sangue, em qualquer sonoridade de abordagem política, o que significa dizer, no contexto daquela era, tudo aquilo que era não-liberal e não-burguês em termos de política.

O campo nacional-revolucionário, dentro da Revolução Conservadora, foi, então, essencialmente um campo de ex-soldados jovens, direta ou indiretamente influenciados por Nietzsche e Barrès (ou mesmo pela interpretação dada por Jünger). Um campo que muitos desejaram, se a ocasião se apresentasse, para dar um golpe de Estado ao estilo do general Boulanger - e, na época, isso aconteceu com os Freikorps do capitão Ehrhardt. 

Começando com "A Paz", um ensaio publicado em 1946, seu trabalho parece tomar um aspecto individualista, talvez espiritual. Devemos enxergar uma ruptura com a Revolução Conservadora aqui?

Acho que a virada "individualista", como você disse, e a atração espiritual e tradicionalista, operou sub-repticiamente desde o período político efervescente, de 1918 a 1926, cessando de animar o cenário político alemão. Os tratados de Locarno e de Berlim trouxeram apaziguamento na Europa, e a Alemanha assinou tratados mais ou menos satisfatórios com seus vizinhos do Oriente e do Ocidente. Não podemos mais falar sobre um período revolucionário na Europa, onde tudo seria possível, como o nacional-bolchevismo do Atlântico ao Pacífico.

Os sonhos futuristas e Barrèsianos não eram mais possíveis. A insurgência bolchevique - também desaparecida - e a URSS tentaram se estabilizar. Jünger fez a primeira de suas viagens, deixando a Alemanha, com um estudioso para que pudessem estudar a vida marinha em Nápoles. O encontro com o Mediterrâneo foi importante: suas paisagens acalmaram aquele soldado nórdico que havia saído dos infernos de Flandres e Picardy. Os tratados e a viagem para Nápoles certamente não interromperam as atividades editoriais de Ernst Jünger e de seu irmão, Friedrich Georg.  

Ambos participaram dos jornais mais audaciosos da pequena esfera nacionalista, nacional-revolucionária ou nacional-bolchevique. Eles foram resistentes para com os avanços de Goebbels, Hitler ou Hess: acima de tudo, por conta do fato de que os dois irmãos permaneceram "Boullangistas". Eles não queriam participar de carnavais políticos, e se colocaram debaixo do signo do nacionalismo nascido da guerra, e da recusa das implicações do Tratado de Versalhes.

Desde o advento do poder nacional-socialista em 1933, o recuo de Jünger foi acentuado. Ernst Jünger renunciou qualquer posição nas academias literárias oferecidas a ele pelo regime. Sentar naquelas academias controladas resultaria numa vida estéril, silenciosa e monótoma, ao invés de uma vida nietzscheana, algo que ele não poderia aceitar. Esse também foi o tempo do primeiro recuo na zona rural, em Kirchhorst, na Baixa Saxônia, na região de Hanover, berço de sua família paterna. Então, ele fez algumas viagens aos países do Mediterrâneo e, finalmente, passou um período estacionado em Paris, à serviço do exército de ocupação.

É um Jünger mais velho aquele que se expressava num tom mais individualista?

O abandono das posições entrincheiradas dos anos 1918-1933 certamente vieram com a idade: Ernst Jünger tinha cinquenta anos quando o Terceiro Reich havia colapsado em horror. Esse tom também veio do choque terrível da morte de seu filho Ernstel, em combate, nas pedreiras de mármore de Carrare, na Itália. 
No momento em que escrevia "A Paz", Ernst Jünger estava amargurado ,como a maioria de seus compatriotas na época da derrota. Ele disse que: "Após tal derrota, nós não nos erguemos como eles poderiam ter se erguido depois de Jena ou Sedan; uma derrota dessa extensão significa um ponto de virada na vida de todas as pessoas derrotadas; nessa fase de transição, não apenas inumeráveis seres humanos desaparecem, mas também - e acima de todas as coisas - cria-se algo que nos move mais profundamente dentro de nós mesmos, e que desaparece".

Diferentemente das guerras anteriores, a Segunda Guerra trouxe o poder destrutivo dos beligerantes ao paroxismo, às dimensões que Ernst Jünger qualificou como "cósmicas", especialmente depois do bombardeio atômico nas cidades japonesas de Hiroshima e Nagasaki. Nosso autor compreendeu que esse excesso destrutivo não era mais compreensível pelas categorias políticas convencionais: de fato, entramos numa Era de pós- História.  

A derrota do Terceiro Reich e a vitória dos Aliados (os anglo-saxões e os soviéticos) ocasionou a busca pelas trajetórias históricas herdadas do passado impossível. Meios técnicos ocasionaram mortes em massa, a destruição de cidades inteiras em poucos minutos (ou mesmo segundos), o que provou que a civilização moderna, como seu biógrafo Schwilk escreveu, "tende irremediavelmente a destruir tudo que se baseia no natural, nas tradições, nos fatos orgânicos da vida". Essa é a época dos "poli-técnicos do poder", que começou por toda a parte, e, acima de tudo, numa Europa devastada, formando o mundo de acordo com seus padrões. 

O dia 22 de setembro de 1945 foi aquele no qual Schwilk relembra que Ernst Jünger escreveu o seguinte trecho em seu jornal: "Eles não conhecem nem os mitos gregos nem a ética cristã, nem o moralismo francês nem a metafísica alemã, nem a poesia de todos os poetas do mundo; diante da vida real, eles são apenas anões. Mas eles são técnicos de Golias - então, gigantes em cada trabalho de destruição, onde eles, enfim, dissimulam sua missão, que eles ignoram como tal. Eles possuem uma clareza e uma precisão incomum sobre tudo o que é mecânico. Eles são confusos, definhados, afogados por toda a beleza e amor. Eles são titãs e ciclopes, espíritos da escuridão, negadores e inimigos de todas as forças criativas. Aqueles que podem reduzir milhões de anos de desenvolvimento orgânico a nada, por meio de alguns esforços escassos, sem deixar nada para trás que seja capaz de equalizar a menor grama de primavera, o menor grão de milho, a menor asa de um mosquito. Eles estão longe dos poemas, do vinho, dos sonhos, dos jogos, desesperadamente perdidos em suas doutrinas falaciosas, articulados de acordo com os modos de professores pretensiosos. Todavia, eles possuem uma missão a cumprir".

Essas são palavras de um homem desiludido?

Esses são sentimentos que Ernst Jünger desejava comunicar a seus leitores imediatamente após 1945. Schwilk, de longe o melhor biógrafo aos meus olhos, explica o significado da evolução gradual que aconteceu no espírito de nosso autor. Todos são culpados nessa Segunda Guerra Mundial, aquela que foi o "primeiro trabalho coletivo da humanidade". Um trabalho de destruição! Projetos políticos não poderiam mais ser nacionais, reduzidos a nações pequenas ou medianas. Era necessário criar a Europa; foi o que Jünger pensou imediatamente após a guerra, onde os povos poderiam reconhecer que a guerra havia sido  simultaneamente ganha e perdida por todos.

Essa Europa deve renovar os princípios da tranquilidade da Idade Média ou do Antigo Regime: ele claramente renunciou aos conceitos que havia forjado de 1920 a 1930, aqueles da "mobilização total" e do "trabalhador" que haviam formado a quintessência de sua filosofia nacional-revolucionária, formada logo antes de Hitler subir ao poder. Esses conceitos, como ele apontou em 1946, não mais conduziam a qualquer coisa positiva. Eles clamaram para empurrar a humanidade para o horror.

Então, Jünger se tornou o profeta da "desaceleração" (die Entschleunigung), depois de ter sido o profeta da aceleração paroxística (die Beschleunigung) nos anos 1920, como os futuristas italianos reunidos em torno de Marinetti. Jan Robert Weber lançou a biografia de Ernst Jünger em 2011, centrada em torno da noção da "desaceleração": ele explica que há a progressão espiritual e a progressão "individualista" (eu chamaria de progressão do anarco) foram lançadas em duas fases principais: o recuo na escrita, chamado de refúgio para escapar do trabalho dos titãs e dos ciclopes ou da agonia degenerativa da pós-História; então, as viagens ao Mediterrâneo serviu para os refugiados que, muito cedo, se tornariam vítimas da modernidade voraz e de suas próprias estratégias de aceleração.Jan Robert Weber disse: "Sou um homem que viaja pelo mundo: isso me acalma na pós-História".
Armin Mohler foi secretário de Ernst Jünger e trabalhou para tornar a Revolução Conservadora alemã conhecida. Você poderia nos dizer mais sobre esse papel?

Essas não são, evidentemente, tanto uma ruptura com a Revolução Conservadora (que têm facetas demais para ser apto a se rejeitar inteiramente), mas sim posturas próprias dele em relação à Revolução Conservadora. Armin Mohler escreveu o primeiro artigo laudatório sobre Ernst Jünger no Weltwoche [Mundial] em 1946. Em setembro de 1949, ele se tornou secretário de Ernst Jünger, e sua primeira tarefa foi a de publicar parte de seus jornais de guerra na Suíça, sob a supervisão do filósofo protestante e moderadamente existencialista, Karl Jaspers, de quem ele reteve uma ideia cardinal: a do "período axial" [relativo ao Eixo] da História. Um período axial cria os valores permanentes de uma civilização ou de um grande espaço geo-religioso.


Para Armin Mohler (que era bastante idealista), ao rejeitar as ideias de 1789, a Revolução Conservadora - do Manchesterismo inglês a todas as outras ideias liberais - firmou bases para a nova bateria de valores para regenerar o mundo, para dar a ele um novo curso sólido, através dos esforços de elites audaciosas, seguindo a ideia de amor fati, formulada por Nietzsche. As ideias expressas por Ernst Jünger nos jornais nacional-revolucionários de 1920 e do The Worker [O Trabalhador] de 1932 foram as "mais puras", s mais purificadas de toda a bagagem agressiva e de todos os compromissos om outros aspectos do pan-liberalismo do "estúpido século XIX", do qual Daudet havia falado, e que seria necessário que essas ideias triunfassem sobre a pós-História, revivendo o dinamismo dos povos europeus em suas histórias.
A sustentabilidade desses novos valores e dessas ideias fundadoras deveriam varrer as ideias falhas da União Soviética e dos vitoriosos anglo-saxões, e ultrapassar as ideias caricatas dos nacional-socialistas. Armin Mohler queria convencer o mestre a retornar à luta. Mas Jünger havia acabado de publicar o "The Wall of Time" ["O Muro do Tempo"], cuja tese central era a Era da humanidade histórica, percorrida na história e atuante dentro dela, e que definitivamente havia acabado.
Em "A Paz", Jünger ainda evocava uma Europa unificada pela tristeza e pela reconciliação. No limiar de uma nova década, em 1960, os "impérios nacionais" e a ideia de uma Europa unificada não mais o entusiasmavam. Não havia outra perspectiva além daquela do "Estado universal", o título de seu novo trabalho. A humanidade moderna estava entregue às forças materiais, ao processo infindável de aceleração - que objetivava subjugar o mundo inteiro.
Essa fluidez planetária, também criticada por Carl Schmitt, dissolve todas as categorias históricas, todas as estabilidades pacíficas. Então, reativá-las não tem chance alguma de levar a qualquer coisa ou a qualquer caminho. Para completar o programa nacional-revolucionário, como os irmãos de Jünger haviam imaginado, eles precisavam de cidadãos dispostos e de soldados livres. Mas essa liberdade havia se desbotado em todos os regimes ao redor do mundo. Ela foi substituída pelos instintos obtusos e incômodos, como aqueles que guiam os insetos que vivem em colônias.

Então, a atitude de um anarco descrito por Jünger é uma alternativa, uma nova perspectiva para essa Era. Como isso é definido? 

Diante da extensão dessa catástrofe antropológica, o anarco deve tentar escapar do Leviatã. Seu desejo de independência, sua calma e não mais sua turbulência, devem esposar a "vontade da Terra", que busca sufocar os Golias e os titãs. Para Armin Mohler, Ernst Jünger renunciou aos ideais heroicos de sua juventude. Ele não os aceitou.

Correspondendo com a linguagem alemã dos jornais em Paris, ele regularmente adicionada uma reaproximação mordente e irônica para com Ernst Jünger. Essa era a ruptura deles. As críticas e recriminações eram: Mohler escreveu que Jün havia se alinhado com a "democracia dos ocupadores". Pior ainda: ele acusou a segunda esposa de Jünger, Liseotte Lohrer, de ser responsável por essa mudança; ela havia assegurado que seu marido havia "tomado de seus próprios discípulos as ideias que forjaram seu destino".

Essa tensão transcreve a si mesma na recepção que a "Nouvelle Droite" [Nova Direita] deu ao trabalho de Jünger?
A Nouvelle Droite francesa emergiu do cenário político-cultural parisiense do fim dos anos 60. Ernst Jünger apareceu primeiro na forma de um livreto redigido por Marcel Decombi. A Revolução Conservadora, mais precisamente nas teses de Mohler, foi evocada por Giorgio Locchi na edição nº 23 da Nouvelle École [Nova Escola].
Começando com esses textos, uma recepção diversa e heterogênea emergiu: os textos de guerra para os amantes do militarismo; os textos nacional-revolucionários (pouco conhecidos e pouco traduzidos) em peças e pedaços dentre os mais novos e mais nietzscheanos; os jornais entre os anarcos silenciosos, etc. De Mohler, Nouvelle Droite herdou primeiro a ideia de uma aliança planetária entre a Europa e os inimigos do duopólio de Yalta e, depois, a unipolaridade estadunidense.
Essa é a herança direta da política e das alianças alternativas, sugeridas sob a República Weimar, especialmente com o mundo árabe-muçulmano, a China e a Índia. Além disso, Armin Mohler reabilitou Georges Sorel num modo mais explícito e profundo do que o da Nouvelle Droite. Na Alemanha, Mohler recebeu um terço do espaço de todo o jornal Criticon, dirigido pelo mui sábio e saudoso barão Caspar von Schrenck-Notng, em Munique. oje, essa herança mohleriana foi assumida pela casa de publicações Antaios, e pela revista Sezession[1], dirigida por Götz Kubitschek e sua esposa, Ellen Kositza.
Armin Mohler trabalhou na França e se mostrou como relativamente francófilo. Contudo, sua posição na questão da Argélia francesa contrastou com aquilo que os proponentes da Nouvelle Droit ofereciam. O que esse fato controverso ensina sobre a relação entre o pensamento Conservador-Revolucionário e o mundo?
Armin Mohler foi efetivamente o correspondente de vários jornais alemães e suíços em Paris, desde meados dos anos 50. Ele aprendeu sobre o espírito da política francesa: um texto magisterial (que reviveu um pouco o culto jüngeriano de Barrès) atesta sua recepção entusiasta. Esse texto foi intitulado Der Französische Nationaljakobinismus [O Nacional-Jacobinismo Francês], e nunca sequer foi traduzido!

Mohler estava fascinado com a figura de Charles de Gaulle, o qual havia qualificado como um "animal político". Para Armin Mohler, De Gaulle era um discípulo de Péguy, de Barrès e Bergson, três autores que poderíamos interpretar e mobilizar para, assim, re-energizar os valores da Revolução Conservadora. Sobre a questão da Argélia, Armin Moer argumentou em seu texto sobre os Gaullismos (no plural), num texto intitulado Charles de Gaulle und die Gaullismen [Charles de Gaulle e o Gaullismo], por meio de termos desenhados pelo trabalho de Carl Schmitt (que, na época, criticou o "estrelato" de Jünger, como se sua publicidade artística fosse a de uma "diva", críticas de Mohler que poderiam ser comparadas àquelas formuladas por Schmitt.

Para o jurista, teórico dos "grandes espaços", e também para Mohler, Jünger havia cometido o pecado da "despolitização".
A paixão de Mohler por De Gaulle é surpreendente!
Sobre o fenômeno De Gaulle, Mohler declarou que "o general havia sucedido a descolonização sem causar grandes explosões políticas, nem uma guerra civil geral". Ele também louvou o fundador da Quinta República por ter iniciado uma grande agitação institucional depois do tumulto causado pela independência argelina. Aqui, novamente, ele se beneficiou das leituras de Shmitt, mais do que o próprio Jünger, que havia dito que "a Constituição de 1958 era, em última análise, o trabalho de um schmittiano, um René Capitant: ela valoriza a política num grau muito maior do que outras constituições do Ocidente".
À essa declaração, Mohler havia acrescentado que ele aprovava a introdução da eleição presidencial direta, seguindo o plebiscito de 28 de outubro de 1962. Daí, Schmitt, discípulo de Charles Maurras, Maurice Hauriou e Charles Benoist, ficou horrorizada pelos "intermediários" entre o monarca (ou presidente) e o povo. Mohler, inspirado por Schmitt, saudou a supressão presidencial desses "intermediários", a consequência lógica dos novos princípios constitucionais de 1958 e o poder centralizado na pessoa do presidente, a partir de 1962.
O "Quarto Gaullismo", de acordo com Mohler, é aquele das "Grandes Políticas", de uma geopolítica global alternativa, onde a França tentava escapar do vício estadunidense, não hesitando em se aliar com os Estados "trapaceiros" (como a China, por exemplo), assumindo uma política independente com o mundo inteiro. Essa "Grande Política" foi destruída em maio de 1968, quando os "chienlit"[2] fizeram uma manifestação e uma longa marcha pelas instituições, o que conduziu a França à grande piada carnavalesca de hoje.
Mohler, não tanto um leitor de Jüng, mas sim de Schmitt, e ele era gaullista[3], em nome dos mesmos princípios da Revolução Conservadora. Ele pensou que só poderíamos julgar De Galle com base nos critérios de Schmitt. Ele comentou sobre a aventura dos ultras na OAS[4] ao longo daquelas linhas. Então, Mohler pertenceu a outra escola política, diferente daquela dos futuros líderes da Nouvelle Droite. A Nova Direita alemã possuiu outras idiossincrasias: a convergência entre Mohler e a Nouvelle Droite francesa (com o jüngeriano Venner), cujas só vieram à tona quando as diferenças sobre a Guerra Argelina não eram mais relevantes.
Mohler quis traspor o pensamento gaullista independente para a Alemanha. Em fevereiro de 1968, ele defenderia o ponto de vista gaulista das "Grandes Políticas" num encontro de "colóquio euro-americano" em Chicago. Esse texto, publicado em inglês e não traduzido para o francês, tem o mérito de uma claridade programática, e deseja remover a Europa da camisa de força de Yalta, sob a bandeira de um novo gaullismo europeu.
Se há uma lição a ser tirada disso (não desse argumento, mas sim da posição euro-gaullista intransigente) é de que uma leitura efetivamente schmittiana sobre o declínio da política europeia (na Era da decadência pós-histórica) se prova muito necessária. Então, um programa de saída de todas as subserviências incapacitantes é um imperativo, ou, de outro modo, nós vamos afundar num declínio definitivo. Todos os ingredientes para o nosso desaparecimento estão próximos.
A influência que Jünger exerceu em Mohler foi sentida pela recepção dos nossos contemporâneos da Revolução Conservadora alemã?
Para a maior parte, sim. A despeito da grande diversidade de aspectos e perspectivas que a Revolução Conservadora toma e adota, Jünger, o nacional-revolucionário, o soldado nacionalista, sem dúvida fascina mais do que o anarco e o viajante que observa mundos selvagens, e que continua mais ou menos intacto, ou do que o etimólogo que se engaja em sua "caçadas sutis". Contudo, também é exatamente a ideia central do "A Parde do Tempo", uma ideia que não é desprovida de relevância.
Estamos marinados na pós-História, cada vez mais afundados nela; nós dificilmente enxergamos um único traço do gaullismo ou de um europeísmo similar na política atual: Sarkozy e Hollande liquidaram os últimos vestígios da independência gaullista. O posicionamento anti-EUA de Chirac, em 2003, na época da Segunda Guerra do Golfo contra Saddam Hussein, já é uma memória distante: raros são aqueles que ainda evocam o Eixo Paris-Berlim-Moscou, definido por Henri de Grossouvre.
Contudo, a longa lista de autores sugeridos por Mohler em sua tese doutoral aconselhada por Jaspers, inspira numerosas vocações intelectuais. Não podemos mais contar as teses desses autores, mesmo que eles tenham sido ostracizados por muito tempo, em nome de um "politicamente correto" diante das Letras. Todos esses estudos não compartilham da mesma abordagem. Mas, além da História, nos tumultos desordenados da pós-História caótica, esse mundo há muito tempo queimado de crescentes memórias obscurecidas - que serão reconstruídas. Mas isso será para fazer um museu? Ou para criar as premissas de um "grande retorno"?

As figuras do rebelde e do anarco são marcadas por uma aspiração viva pela liberdade, que não existe sem laços com a noção de aventura baseada na dignidade da condição humana segundo Mohler. O individuo livre e aventureiro é o arquétipo de homem idealizado pela Revolução Conservadora?
Sim, a liberdade do escritor, do homem autêntico, da autonomia da pessoa, são qualidades inevitáveis do rebelde e do anarco. Ou melhor: são incorporadas por ele. Mohler, num debate filosófico e teológico com Thomas Molnar, no jornal Criticon, havia batizado esse "realismo heroico" com o nome de "nominalismo". A Nouvelle Droite, traduzindo de modo único sua contribuição no debate com Molnar, reprisou sua descrição do termo "nominalismo" para expressar seu existencialismo heroico, para, de algum modo, afirmar uma sorte de primazia da existência sobre a essência, mas também para narrativas e aspectos bastante diferentes daqueles de Sartre.
O "nominalismo", como definido por Mohler, em última análise, tem muito pouco a ver com o nominalismo da Idade Média. O aventureiro não é apenas um heroi, um nietzscheano absoluto que incorpora isso, mas também um anarco quieto, o viajante que procura mundos imaculados, o explorador que desafia as armadilhas da Natureza virgem, um vulcanólogo como Haroun Tazieff, um capitão Costeau ou os observadores de grandes mamíferos terrestres ou aquáticos, ou o de um entomólogo, figuras igualmente simbólicas da rejeição do conformismo de milhões de consumidores, o bando de conurbações pós-históricas.
Nas fileiras da Nouvelle Droite, ninguém definiu o aventureiro melhor do que Jean Mabir, numa entrevista que ele deu a Laurent Schang, hoje um colaborador da revista Éléments [Elementos]. Essa entrevista foi publicada no Nouvelles de Synergies Européennes [Notícias das Sinergias Europeias]. Mabire expressou, aqui - como em suas crônicas literárias reunidas em "Que Lire?" [Que Leitura?] - um existencialismo autêntico: aquele que deseja um enraizamento (em sua pátria física), mas também aquele aventureiro castigado e desenraizado, tímido.
Nessa receita clara, nessa distinção límpida (graças ao meu amigo Bernard Garcet), está resumido o programa vital que nós devemos aplicar a nós mesmos, para nos tornarmos verdadeiros rebeldes e anarcos.
Postado originalmente em: Niekisch Translation Project
Notas:

[1] Movimento radical que envolvia artistas de grupos germano-austríacos de vanguarda que organizaram exposições independentes a partir de 1892. A Secessão de Viena, fundada por Gustav Klimt em 1897, ajudou a lançar a Jugendstil [a versão alemã da Art Nouveau - Nova Arte]. Especialmente no Império Austríaco, o movimento Sezession [Secessão] representou uma rebelião contra o rígido mundo artístico de então.

[2] Termo francês usado para se referir a pessoas "mascaradas", ou à confusão, tumulto, distúrbio. A expressão se popularizou depois que o general Charles de  Gaulle fez uso dela num discurso durante os protestos violentos em Paris, durante maio de 1968, na França, quando ele utilizou a expressão como um trocadilho escatológico: "La réforme oui, la chie-en-lit non" [Reforma, sim; mas o caos, não].

[3] Partidário de Charles de Gaulle.

[4] Sigla para Organisation de l'Armée Secrète [Organização Secreta do Exército], um grupo dissidente paramilitar francês de extrema-Direita, ativo durante a Guerra da Argélia, de 1954 a 1962. A OAS cometeu ataques terroristas, como explosões e assassinatos, numa tentativa de evitar a independência da Argélia do mandato colonial francês. Seu lema era "L'Algérie est française et le restera" (A Argélia é francesa e continuará a sê-lo).

jeudi 27 octobre 2016

Réflexions géopolitiques sur les turbulences du Donbass




Robert Steuckers:

Réflexions géopolitiques sur les turbulences du Donbass

Maintes fois, j’ai eu l’occasion de souligner l’importance de l’Ukraine et plus spécialement de la partie orientale de cette nouvelle république née après la dissolution de l’Union Soviétique. Cette partie, le Donbass, est aujourd’hui en effervescence, une effervescence fabriquée et importée dans des buts bien précis. Cette région est en effet une région-portail (une « gateway region » disent les stratégistes américains), c’est-à-dire une région dont la maîtrise assure le contrôle et la fluidité optimale des communications entre les blocs impériaux, les vastes espaces politiquement unifiés, situés à l’Est et à l’Ouest de leur territoire. Si une puissance extérieure à cet espace finit par contrôler une telle région-portail, les communications optimales entre les empires voisins se compliquent voire se tarissent. En l’occurrence, une pacification du Donbass sans russophobie ni europhobie permettrait à l’Union européenne, à la Russie, aux petites puissances du Caucase, au Kazakhstan, à l’Iran et finalement à la Chine de construire et de consolider sur le long terme des réseaux ferroviaires, routiers et fluviaux donc à fonder des impérialités pratiques autorisant tous les échanges sur la masse continentale asiatique : nous aurions un dépassement des infra-impérialismes, des survivances des impérialismes antagonistes du passé, de tous les internationalismes secs et irrespectueux des legs du passé, etc. Les dynamismes globaux pourraient s’exprimer mais sans araser les traditions pluriséculaires voire plurimillénaires des civilisations qui ont marqué de leur sceau de vastes régions d’Eurasie. 

L’histoire des théories géopolitiques nous l’enseigne : l’impérialisme britannique hier, l’impérialisme américain aujourd’hui ont toujours refusé toute synergie continentale à même d’impulser des dynamismes qui échapperaient à leur contrôle et procureraient aux peuples des fluidités qui ne seraient pas marines. On connait l’histoire du « Grand Jeu » à partir du 19ème siècle : la puissance maritime britannique, maîtresse des Indes, cherchait par tous les moyens à repousser la puissance continentale des tsars loin des « rimlands » qu’elle entendait contrôler jusqu’à la fin des temps. La guerre de Crimée n’est pas autre chose qu’une tentative de bloquer la Russie sur la rive septentrionale de la Mer Noire. Dans Kim, un roman de Kipling situé aux Indes, il s’agit de démasquer les espions russes qui se promènent, sous prétexte de recherches archéologiques, géologiques ou zoologiques, dans les montagnes de l’Himalaya ou de l’Hindou Kouch. Aujourd’hui, on n’envoie pas la Brigade Légère ou les troupes de Mac Mahon en Crimée : on pratique la guerre de quatrième génération, la guerre indirecte, le « proxy warfare ». Les combats qui se déroulent dans le Donbass à l’heure actuelle ne sont finalement que des réactualisations de ceux qui ont ensanglanté la Crimée entre 1853 et 1856. 


Nous vivons un cycle non encore clos de guerres mondiales depuis les affrontements franco-britanniques en marge de la guerre européenne de Sept Ans, à la suite de laquelle la France a perdu l’Inde et le Canada, soit toute prépondérance en Amérique du Nord et dans le sous-continent indien, dans l’Atlantique Nord et l’Océan Indien (« Océan du Milieu »). Suite à cette défaite majeure, Louis XVI poursuit une politique navale qui mènera le Royaume de France à reprendre le contrôle de l’Atlantique Nord en 1783, suite au soulèvement des « Insurgés » américains, tandis que, la même année, Catherine II, Impératrice de toutes les Russies, boute les Ottomans hors de Crimée et y installe des bases navales russes, dans l’intention de cingler vers Constantinople, de franchir les Dardanelles et de pénétrer dans le bassin oriental de la Méditerranée. Catherine II voulait créer une civilisation éclairée germano-balto-slave entre Baltique et Mer Noire, marqué par les souvenirs lumineux de l’hellénisme.
La situation est analogue aujourd’hui. Un retour de la Russie dans les ports de Crimée signifie, aux yeux des Atlantistes qui ne pensent qu’en termes de belligérance éternelle, 1) une menace permanente sur la Turquie (en dépit de l’alliance actuelle et très récente entre Erdogan et Poutine), 2) un risque de voir Moscou revenir et s’accrocher en Méditerranée orientale, au départ de la base navale de Tartous en Syrie. Pour enrayer ce processus potentiel, contraire aux intentions géopolitiques habituelles des puissances maritimes anglo-saxonnes, il faut désormais, dans la perspective des guerres de quatrième génération, soit fabriquer une nouvelle « révolution orange » analogue à celles de 2004 et de 2011, soit, si ce type de subversion ne fonctionne plus, créer un abcès de fixation durable sous forme d’un conflit chaud plus ou moins classique, afin d’atteindre un double objectif : barrer la route des Dardanelles à la Russie, imposer un verrou sur la nouvelle route de la soie entre l’Europe et la Chine, exactement à l’endroit où Génois et Vénitiens se connectaient aux voies commerciales de l’Asie centrale, vers l’Inde et la Chine, principales puissances économiques de la planète avant la révolution industrielle, la conquête définitive des Indes par les Britanniques et la destruction de la Chine impériale suite aux guerres de l’opium. 


La stratégie des révolutions de couleur a certes fonctionné en Ukraine mais elle s’est aussi avérée insuffisante pour éliminer toute présence russe en Crimée et en Mer Noire ou pour gêner l’utilisation de la voie fluviale que constitue le Don, qui se jette en Mer Noire juste à l’Est de la péninsule criméenne, un Don qui lie les espaces maritimes pontique et méditerranéen au cœur des terres russes. Pour pérenniser un abcès de fixation au flanc d’une Russie qui se réaffirme, il faut bien davantage que du désordre civil permanent, que des manifestations ou des concerts de casseroles. Il faut une zone de turbulences chaudes, il faut exploiter des facteurs plus explosifs, plus incendiaires (ce n’est pas un hasard si l’on commence à reparler de « pyropolitique », c’est-à-dire de stratégies visant littéralement à livrer les pays récalcitrants  -ou les régions-portail utiles aux adversaires principaux du moment-  à un feu dévorateur, celui de la guerre chaude entretenue sur le long terme ou celui du terrorisme qui manie explosifs, voitures piégées, etc). Pour déclencher et maintenir cette pyro-stratégie, les services utiliseront des formes résiduaires de nationalisme outrancier, qui ont sans doute eu leurs raisons dans l’histoire, comme d’autres reliquats de nationalismes violents en Europe occidentale. Mais qui aujourd’hui ne servent plus qu’à asseoir des politiques belligènes et retardatrices d’une grande synergie eurasiatique. Je rappelle ici que Carl Schmitt qualifiait de « retardatrices » les puissances thalassocratiques anglo-saxonnes : ou, plus subtilement, des « accélératrices contre leur volonté » car leurs démarches retardatrices accéléraient la prise de conscience de leurs adversaires qui, pour répliquer, ne pouvaient que faire taire tous leurs antagonismes stériles et anachroniques. 

Les mêmes services retardateurs (ou accélérateurs involontaires, Beschleuniger wider Wille) importeront, pour parachever l’horreur, dans l’Est de l’Ukraine ou en Crimée, une dose de djihadisme tchétchène pour pallier le manque d’enthousiasme ou de volontaires. On tentera, dans la foulée, de lier ce djihadisme, forcément marginal en Ukraine, terre uniate à l’Ouest, terre orthodoxe au centre, à l’Est et au Sud, à celui des djihadistes du Caucase ou de Syrie. Il se créera ainsi une internationale des forces subversives/retardatrices, insoupçonnée pour le commun des téléspectateurs vu son invraisemblable hétérogénéité, fabriquée au départ de nationalismes résiduaires, de souvenirs de la seconde guerre mondiale, de particularisme tatar ou d’islamisme fondamentaliste : les techniques d’ahurissement médiatique pourront alors donner leur pleine mesure ! C’est là, précisément, que réside la supériorité des internationales de fausse résistance, mises en œuvre par les puissances maritimes : elles sont vendues à un public occidental ignorant à grands renforts de campagnes médiatiques, un public qui, par le truchement d’une autre propagande biséculaire, se croit le plus éclairé de la planète où ne vivraient que des abrutis. Elles parviennent à mobiliser et à unir des forces qui seraient normalement hostiles les unes aux autres, ou qui s’ignoreraient si aucune impulsion extérieure ne s’exerçait, dans un projet destructeur dont elles seront les seules à tirer bénéfice. 

Les Etats-Unis peuvent se permettre une telle stratégie destructrice, pyropolitique, parce qu’ils sont une puissance extérieure aux espaces russe, pontique, méditerranéen oriental, proche-oriental.  Les effets destructeurs qu’ils enclenchent n’ont guère d’effets sur leur propre sanctuaire national. La bride est laissée sur le cou du milliardaire Soros pour créer ce chaos au départ de sociétés en apparence privées, d’organisations non gouvernementales qui reçoivent tout de même de larges subsides de fondations liées aux deux principaux partis américains. Ces interventions subversives sont autant d’indices de ce que la géopolitique allemande de Karl Haushofer nommait des « Wachstumsspitzen », soit des « pointes avancées d’une croissance », en l’occurrence une croissance impérialiste illégitime car anti-impériale et retardatrice de processus unificateurs et pacificateurs. 

La présence américaine en Méditerranée est déjà l’indice de l’éviction des puissances maritimes européennes hors de l’espace même de leur propre aire civilisationnelle. Ce processus d’éviction s’est effectué en plusieurs étapes. Immédiatement après la première guerre mondiale, est signé le bien oublié Traité de Washington (1922). Ce Traité impose la parité du tonnage des flottes de guerre pour les Etats-Unis et le Royaume-Uni (+ /- 500.000 tonnes), octroie 300.000 tonnes au Japon qui hérite dans le Pacifique de la Micronésie allemande et ne laisse à la France que 220.000 tonnes et à l’Italie à peine 180.000 tonnes. Les puissances méditerranéennes sont lésées. L’Allemagne et la jeune URSS ne sont pas concernées par le traité, les bâtiments de la flotte austro-hongroise ont été détruits ou redistribués aux alliés vainqueurs (dont la Yougoslavie). Le tonnage et le statut de la flotte allemande sont réglés par le Traité de Versailles, qui les réduit à presque rien. Les puissances thalassocratiques sont telles parce qu’elles ont imposé un traité qui jugulait expressément le tonnage de leurs adversaires ou de leurs alliés putatifs. Aucune puissance ne pouvait égaler ou dépasser la flotte américaine en plein développement depuis 1917 ; aucune puissance maritime mineure (ou devenue mineure) ne pouvait dépasser les tonnages qui leur avaient été imposés en 1922. Ce Traité de Washington est rarement évoqué, bien qu’il soit déterminant pour l’histoire mondiale jusqu’à nos jours (où la Chine développe ses capacités maritimes en face de ses côtes…). On ne l’évoque guère car la France de la Chambre bleue-horizon, qui chante une victoire chèrement acquise au prix du précieux sang de ses classes paysannes, voit cette victoire se transformée en victoire à la Pyrrhus dès le moment où ce Traité de Washington lui barre de fait la route du large et écorne sa puissance en Méditerranée. La flotte de 220.000 tonnes est certes suffisante pour tenir les parts de l’Empire en Afrique du Nord et au Levant mais est bien insuffisante pour dominer le large, pour se projeter vers le Pacifique ou l’Atlantique Sud. Tirpitz l’avait dit : à l’aube du 20ème siècle, une puissance n’est vraiment puissante que si elle a pu développer ses capacités navales. L’Italie n’obéira quasiment jamais aux injonctions du Traité. L’Allemagne ne remontera jamais la pente, en dépit de son régime totalitaire. La France non plus, ni avant guerre ni après guerre, malgré les audaces théoriques de l’Amiral Castex à l’ère gaullienne. 

En 1940, l’horrible tragédie de Mers-el-Kébir porte un coup terrible aux capacités maritimes de la France. A partir de 1945, la présence américaine en Méditerranée occidentale et orientale, dans le cœur même de l’espace civilisationnel européen, est prépondérante et se renforce par le soutien inconditionnel apporté à l’Etat d’Israël, devenu au fil des décennies le gardien des côtes les plus orientales de la Grande Bleue, à portée du Canal de Suez. Après l’affaire de Suez en 1956, Britanniques et Français sont vivement priés de cesser toute revendication dans l’espace est-méditerranéen. 

La double problématique de la Crimée et du Donbass doit être pensée dans ce contexte général d’éviction des petites et moyennes puissances maritimes hors des mers intérieures de la grande masse continentale eurasienne. Les grandes puissances thalassocratiques ont d’abord visé la Méditerranée (et l’Adriatique qui offre un tremplin vers le cœur de la Mitteleuropa germano-danubienne), ensuite le Golfe Persique par les interventions successives contre l’Irak de Saddam Hussein et par le boycott de l’Iran (précédé d’un sabotage de la flotte du Shah). Aujourd’hui, c’est la volonté de s’immiscer plus profondément encore dans cette masse continentale, en contrôlant la Mer Noire et en contenant la Russie le plus loin possible de son littoral, qui justifie les interventions en Ukraine et en Crimée, le soutien à une Géorgie en voie d’occidentalisation politique et l’appui indirect, par financement saoudien ou qatari, des djihadistes tchétchènes ou daghestanais. Demain, en déployant une double stratégie de soutien et aux djihadistes caucasiens et à un Azerbaïdjan qui, allié à la Turquie, neutraliserait l’Arménie (encore maîtresse du Nagorno-Karabagh), en organisant ensuite la subversion de l’Ouzbékistan après le récent décès de son président Karimov, la thalassocratie américaine visera à contrôler aussi la Caspienne pour en chasser Russes et Iraniens et pour arrêter la « Wachstumsspitze » économique chinoise en Ouzbékistan, qui lui livre désormais la quasi-totalité des hydrocarbures qu’il produit. Finalement, la stratégie de Brzezinski, élaborée dans son ouvrage Le Grand échiquier (1997), triomphera si aucune résistance ne se dresse, si aucune rétivité par rapport aux médias dominants ne surgit pour contrecarrer ce projet faisant fi de la diversité et de la multipolarité du grand espace eurasien et du monde. Tels sont les enjeux vitaux qui se jouent aujourd’hui au Donbass. Peu d’Occidentaux l’ont compris. Quelques-uns, des aventuriers aux cerveaux hardis, participent à ce combat pour préserver l’héritage de la triple alliance continentale du 18ème entre la France, l’Autriche et la Russie.
 (Forest-Flotzenberg, octobre 2016).