vendredi 7 septembre 2012

La minaccia culturale americana

La minaccia culturale americana

Quando esaminiamo la storia di questi ultimi due secoli, dobbiamo constatare
che, malgrado i discorsi tranquillizzanti e minimizzanti, esiste un’
opposizione radicale riguardo i principi fondamentali della politica, tra
l'Europa e l'America. Fin dall’inizio della storia americana, della storia
degli Stati Uniti in quanto Stato indipendente, vi è stato confronto con il
vecchio continente. Quando le tredici colonie nord-americane hanno voluto
staccarsi dall'Inghilterra, esse hanno voluto contemporaneamente staccarsi
dall’Europa, rompere con il passato, la memoria, la fonte originaria che
questa rappresenta per tutti i popoli di stirpe europea. Ma questa volontà
di rottura era già insita nella società coloniale americana del 1776, la cui
cultura era profondamente marcata dal pensiero utopico. I pellegrini del
Mayflower, padri fondatori della nazione americana, erano dei dissidenti
religiosi inglesi, dei gruppi umani che volevano realizzare l'utopia sulla
terra facendo tabula rasa delle istituzioni nate dal passato. Opponendosi ai
diversi strati dell'establishement britannico così come ai modi di vita
ancestrali dei popoli germanici e celtici delle Isole Britanniche (la "buona
vecchia Inghilterra"), i “ dissidenti " (Levellers, Diggers, Fifth
Monarchists, Seekers, Ranters, Baptists, Quakers, Muggletonians, etc.) non
ebbero più altra soluzione che emigrare in America, che installarsi su terre
vergini dove essi potevano creare di sana pianta la società ideale secondo
la loro aspirazione (Cfr. Christopher Hill, The World Turned Upside Down.
Radical Ideas during the English Revolution,  Penguin, Harmondsworth,
1975-76). Queste sperimentazioni socio-politiche di natura religiosa e
settaria hanno fatto dell’America lo spazio della novità per la novità, del
nuovo perpetuo, lo spazio dove si realizzerà concretamente la fine della
storia, dove il cammino della storia arriva al suo termine, dove gli uomini
emettono un grande sospiro di sollievo perché non dovranno più combattere un
destino subdolo, sempre accanito, che non lascia loro alcuna pace, perché
essi non dovranno più accettare compromissioni concilianti e incontrare così
la purezza utopica dei loro sogni religiosi. In breve, l'America, è il
paradiso degli insoddisfatti d'Europa.

Nel 1823, Monroe proclama la sua celebre dottrina ("L'America agli
Americani"), dietro la quale si dissimula, appena velatamente, la già antica
volontà di rompere definitivamente con il Vecchio Continente. Nell’ottica
degli Americani dell'epoca di Monroe, il  Nuovo Mondo è il ricettacolo della
libertà, mentre il Vecchio Mondo, che era appena uscito dalla tempesta
napoleonica e si dibatteva nell’imposizione della Restaurazione, è la fonte
di tutti gli oscurantismi. Questa discriminazione, che induce la Dottrina di
Monroe, costituisce di fatto una dichiarazione di guerra eterna all'Europa,
alla storia in quanto trama di vicissitudini tragiche inevitabili, alla
memoria come arsenale di strategie per fare fronte a queste vicissitudini, a
tutto ciò che non è  utopico-americano, ossia prodotto di una dichiarazione
di principi disincarnati e di una spontaneità sentimentale senza radici né
passato.

Davanti a questa arroganza utopico-americana, vi è stata scarsa reazione in
Europa. Le vecchie nazioni del nostro continente non hanno rilevato la sfida
di questa nazione coloniale indebitata, remota, che nessuno all’epoca
prendeva molto sul serio. Un diplomatico ha tuttavia reagito in una maniera
sorprendentemente moderna; era Johann Georg Hülsemann, un hannoveriano al
servizio dell'Austria. Alla Dottrina di Monroe, egli intendeva opporre un
principio di medesima natura, ossia "l'Europa agli Europei". In questo
spirito, ciò significa che gli Americani, da una parte, e gli Europei,
dall'altra parte, devono forgiare e applicare dei principi di diritto e di
organizzazione economica distinti, fondati su basi filosofiche e fattuali
differenti, chiuse le une in rapporto alle altre. La realtà americana, ossia
l'insediamento di persone sradicate su un territorio vergine (come tutti gli
Europei dell’epoca, Hülsemann non teneva assolutamente conto del fattore
rappresentato dagli autoctoni amerindi), permetteva la nascita più agevole
di un liberalismo utopico e puro, mentre la realtà europea, intreccio assai
complesso legato da una storia movimentata, che ha lasciato dietro se stessa
un groviglio multiplo di strati socio-demografici spesso antagonisti, deve
elaborare una strategia d'organizzazione conservativa, conciliante, fatta di
compromessi multipli e riluttante ad ogni schematizzazione settaria.

Quando scoppia la Guerra civile americana, che durerà dal 1861 al 1865,
l'Europa perde la sua ultima occasione di spezzare definitivamente l’unità
territoriale e statale degli Stati Uniti, prima che questi divengano una
grande potenza, ricca di risorse molteplici, in grado di fare
pericolosamente concorrenza a tutte le potenze europee riunite. La Francia e
l’Inghilterra sostengono il Sud; la Prussia e la Russia sostengono il Nord:
si constata dunque che non c’è stata coesione europea. Si sarebbe dovuto
sostenere il più debole contro il più forte, esattamente come l’Inghilterra
aveva sostenuto gli Stati più deboli d’Europa contro Napoleone. Il
territorio attuale degli Stati Uniti sarebbe senza dubbio stato diviso in
tre o quattro Stati (uno a Nord, uno  a Sud, uno Ovest e con un’Alaska
rimasta russa) più o meno antagonisti e il Canada come il Messico avrebbero
acquisito più peso. Il continente nord-americano sarebbe stato
 “balcanizzato” e non avrebbe  potuto intervenire con tanto peso nelle
guerre europee del XX secolo.

Quest’ultima possibilità, l'Europa non l’ha colta al volo e, due anni dopo
la guerra di Secessione, gli Stati Uniti, definitivamente unificati,
innescano  il loro processo di espansione: nel 1867 la Russia zarista vende
l’Alaska per finanziare le sue guerre in Asia centrale. Nel 1898, con la
guerra ispano-americana, gli Stati Uniti vincitori acquistano non solo le
isole dei Caraibi (Cuba, Portorico) ma anche Guam, le Hawaii e le Filippine,
ossia altrettanti trampolini sul Pacifico verso le immensità asiatiche. Il
1898 segna veramente l’inizio dell’ “imperialismo americano”.

Quando scoppia la prima guerra mondiale, gli Stati Uniti restano all’inizio
neutrali e optano per una posizione attendista. Alcuni pretenderanno che lì
abbia agito il peso degli elementi demografici di origine germanica e
irlandese, totalmente contrari all’alleanza inglese. Ma questo
isolazionismo, conforme alle interpretazioni pacifiste della Dottrina di
Monroe, si rivelerà una chimera quando l'Inghilterra giocherà la sua carta
migliore e praticherà la sua strategia del blocco. Questa ha un effetto
immediato: solo i belligeranti rivieraschi dell’Atlantico possono ancora
commerciare con gli Stati Uniti, ossia la Francia e la Gran Bretagna.
Davanti alla potenza continentale tedesca, queste due potenze occidentali
attingeranno a piene mani dall’arsenale americano. Esse vi si rovineranno  e
dilapideranno le loro riserve monetari e auree per comprare viveri,
materiali di tutti i tipi, tessuti, etc. presso i commercianti di Oltre
Atlantico. Prima del conflitto, gli Stati Uniti erano debitori in tutta
Europa. Nel 1918, i loro creditori divengono i loro debitori. La Germania da
parte sua, perde la guerra ma non ha praticamente debiti nei confronti degli
Stati Uniti. La Repubblica di Weimar s’indebiterà in seguito presso le
banche americane per poter pagare i suoi debiti di guerra alla Francia, che
tenta così di ricostituirsi un capitale. Ma la Terza Repubblica non agirà
saggiamente:  essa non investirà nell’industria nazionale, finanzierà dei
progetti grandiosi nelle sue colonie e investirà nei nuovi paesi dell’Europa
dell’Est al fine di consolidare un ipotetico “cordone sanitario” contro la
Germania e la Russia. Tutte politiche che conosceranno il fallimento. Alcuni
esempi che ci richiama Anton Zischka nel suo libro dedicato all’Europa dell’
Est (C'est aussi l'Europe,  Laffont, Parigi, 1962): il Piano Tardieu di una
confederazione danubiana sotto l’egida della Francia, accoppiata all’
alleanza polacca, condusse a uno squilibrio inimmaginabile dei bilanci
nazionali polacco e rumeno, con, rispettivamente, il 37% e il 25% di questi
stanziati per le spese militari, destinate a contrastare la Germania e la
Russia. Nel 1938, questo squilibrio è ancora accentuato: 51% in Romania, 44%
in Cecoslovacchia, 63% in Polonia! La Francia stessa subisce il salasso: la
maggior parte dei suoi capitali passano a consolidare questo cordone
sanitario, a detrimento degli investimenti nell’agricoltura e nell’industria
francesi. La Romania, messa alle strette, non ha più altra scelta che
concludere dei trattati commerciali con la Germania, come avevano appena
fatto l’Ungheria, la Yugoslavia e la Bulgaria. Senz’oro e senza valuta, ma
armata di un sistema di scambi molto vantaggioso per i suoi clienti e i suoi
fornitori, la Germania esangue batteva la Francia sul piano economico nei
Balcani e accerchiava, da Sud, i due ultimi alleati di Parigi: la Polonia e
la Cecoslovacchia, piccole potenze indebolite dal peso eccessivo dei loro
bilanci militari.

Il periodo dal 1919 al 1939, ossia quello tra le due guerre, è anche l’epoca
in cui l’Europa, squilibrata dai principi fumosi di Clémenceau e di Wilson,
subisce il primo assalto della sottocultura americana. Mode, spettacoli,
mentalità, musiche, film concorrono ad americanizzare lentamente ma
sicuramente alcuni strati sociali in Europa, specialmente elementi agiati,
sfaccendati e urbanizzati. Questa intrusione della sottocultura americana,
senza radici e senza memoria, suscita qualche reazione tra l’intellighenzia
europea; in Germania, il filosofo Keyserling e il saggista Adolf Halfeld
mettono l’accento sulla “primitività” americana. Che cosa intendono con
questo? Dapprima, si tratta di un miscuglio di spontaneità, di
sentimentalità, di gusto per gli slogan semplicistici, di emotività
viscerale che reagisce con un’immediatezza ingenua a tutto ciò che accade.
Questo cocktail è raramente simpatico, come si tenta farcelo passare, e
troppo sovente stancante, noioso e inconsistente. In seguito, questa
spontaneità permette tutte le forme di manipolazione, presta il fianco all’
azione deleteria di tutte le propagande. In più, nessuna profondità di
pensiero è possibile in una civiltà che si colloca sotto questa insegna.
L'intellighenzia qui diviene sia puramente pragmatica e quantitativa sia
ridicolmente moralizzante e, nello stesso tempo, manipolatrice e istrionica.
Infine, in un tale contesto, si rivela praticamente impossibile inserire gli
avvenimenti in una prospettiva storica,  conoscerne i minimi particolari e
sottomettere le nostre spontaneità al giudizio rettificatore di un
relativismo storico rettamente inteso.

Rileggendo oggi Keyserling e Halfeld, noi constatiamo che l’
americanizzazione degli anni 20 costituisce bellamente l’origine della
manipolazione mediatica contemporanea. Le nostre radio e televisioni
riflettono, anche se apparentemente in minor misura, l’assenza di storicità
e il sentimentalismo manipolatorio delle loro consorelle americane. Nella
carta stampata e nell’editoria, si osserva egualmente una decadenza di forma
americana; prima della guerra, quando in Belgio si rievocavano dei fatti
storici, si menzionava una quantità di fonti; oggi, le storie del regno
proposte al grande pubblico, soprattutto nella parte francofona del paese,
sono povere di basi. Queste lacune a livello di punti di partenza permettono
ai grandi luoghi comuni ideologici, astutamente smussati dalla ideologia
soft ambientale, di insinuarsi più agevolmente nelle menti.

In Francia, le reazioni all’americanizzazione dei costumi e degli spiriti si
è espressa meno nel campo della filosofia che non in quello della
letteratura. Paul Morand, ad esempio, ci descrive la città di New York come
un ricettacolo di forza, ma di una forza che divora tutte le energie
positive che scaturiscono e si sviluppano e finisce per distruggerle tutte.
La bellezza scultorea delle attrici del cinema americano, il portamento
sportivo degli attori e dei militari, sono fini a se stessi: essi non
riflettono alcuna ricchezza interiore. Quanto a Duhamel, egli osserva la
città di Chicago che si estende come un cancro, come una macchia d’olio ed
erode inesorabilmente la campagna circostante. L'urbanizzazione ad oltranza,
che egli paragona ad un cancro, suscita egualmente la necessità di
organizzare la velocità, la sistematizzazione, il produttivismo di pieno
rendimento: l’esempio concreto che sceglie Duhamel per denunciare questo
stato di cose deleterio, sono i mattatoi di Chicago che squartano un bue in
poche dozzine di secondi, visione che Hergé disegnerà in Tintin en Amérique.
Mi si permetta una piccola digressione: l’aspetto canceroforme dell’
espansione urbana, quando essa è anarchica e disordinata, segnala
precisamente che un paese (o una regione) soffre pericolosamente, che le
sorgenti vive della sua identità si sono prosciugate, che la sua cultura
propriamente della terra ha ceduto il passo davanti alle chimere ideologiche
fumuse del cosmopolitismo senza humus. E' precisamente un’involuzione
drammatica di questo tipo che si osserva a Bruxelles da un secolo. Un cancro
utilitaristico ha minato, eroso, dissolto il tessuto urbano naturale, così a
fondo che il gergo professionale degli architetti ha coniato il termine di
"bruxelliser" per designare lo sradicamento di una città in nome del
profitto, travestito e cammuffato dietro i discorsi sradicanti e
universalitici. Ceaucescu aveva intenzione di radere al suolo i villaggi
romeni e, in seguito a un terremoto, aveva completato il lavoro del sisma
nei vecchi quartieri di Bucarest. Il mondo è stato rigido con lui. Ma perché
non è rigido con i costruttori edili di Bruxelles responsabili del cratere
spalancato del quartiere nord, responsabili di migliaia di crimini di lesa
esteticità che sfigurano la nostra città? Io vi lascio meditare su questo
paragone tra la Chicago descritta da Duhamel, i progetti di Ceausescu e la
“bruxellizzazione” di Bruxelles…E torniamo al mio argomento. Per citare una
frase di Claudel, scritta nel periodo tra le due guerre:  “com’è
rinfrancante l’Asia quando si arriva da New York! Che bagno di umanità
intatta!” Questa citazione parla da sola.

Certamente, l’appiattimento dell’America sulla logica del profitto, della
pubblicità, del commercio e del produttivismo ad oltranza, ha suscitato
delle reazioni anche negli Stati Uniti. Io mi limiterò a ricordare qui l’
opera di un Ezra Pound o di un T.S. Eliot, che non hanno mai cessato di
lottare contro l’usura e i risultati catastrofici che essa ha provocato in
seno alle società. Non dimentichiamo mai Sinclair Lewis che farà una feroce
caricatura dell’arrivismo piccolo borghese degli Americani nel suo romanzo
del 1922, Babbitt, prima di ricevere, primo tra gli Americani, il premio
Nobel per la Letteratura nel 1930. In Hemingway, dietro gli atteggiamenti e
le esagerazioni, percepiamo nondimeno un’irresistibile attrazione per l’
Europa e in particolare per la Spagna, le sue diversità, il suo arcaismo e
le sue corride, le quali avevano affascinato anche Roy D. Campbell,
sudafricano anglofono. Su un piano direttamente politico, salutiamo
brevemente gli isolazionisti americani che tante energie avevano speso
perché il loro paese restasse al di fuori della guerra, per rispettare
veramente la Dottrina di Monroe (“l’America agli Americani”) e creare adatto
ad essa, un sistema socio-economico proprio al continente nordamericano,
impossibile da esportare perché troppo ancorato al suo “contesto”. Era
quella una posizione radicalmente contraria a quella degli interventisti
messianici, raggruppati attorno a Roosvelt e che credevano di poter dare al
mondo intero un unico sistema, ricalcato sul modello americano o, più
esattamente, su quello iperconsumistico dell’Alta Società dei bei quartieri
di New York.

Per Monroe nel 1823, il Vecchio Mondo e quello Nuovo dovevano, ciascuno a
modo suo, darsi dei principi di funzionamento, delle costituzioni, dei
modelli sociali propri e non trasferibili dall’uno all’altro continente. Gli
Europei, desiderosi di preservare a tutti i livelli il senso della
continuità storica, non potevano che essere d’accordo. Hülsemann, che io ho
ricordato all’inizio della mia esposizione, era d’altronde d’accordo con
questa volontà di promuovere uno sviluppo separato dei due continenti. La
sua preoccupazione, era che i principi del Nuovo Mondo non fossero
strumentalizzati a beneficio di una politica di sovversione radicale in
Europa. La mania di fare di tutto il passato tabula rasa, riscontrabile nei
i dissidenti britannici fondatori della nazione americana e in particolare
tra i Levellers, avrebbe sfasciato il tessuto sociale d’Europa e provocato
una guerra civile interminabile. Ma con Wilson e l’intervento delle truppe
del generale Pershin nel 1917 sul fronte occidentale, con Roosvelt e il suo
mondialismo americanocentrico, i principi sradicatori dell’ideologia dei
Levellers, che era tanto temuti da Hülsemann, fanno bruscamente irruzione in
Europa. Verso la metà degli anni 40,  Carl Schmitt e qualche altro mettono
chiaramente per iscritto l’intenzione degli Stati Uniti e dell’
Amministrazione Roosvelt: costringere il mondo intero, e soprattutto l’
Europa e il Giappone, ad adottare una politica delle “porte aperte” su tutti
i mercati del mondo, cioè a rinunciare a tutte le politiche economiche
autocentriche e a tutti i “mercati protetti” coloniali (l’Inghilterra sarà
la vittima principale di questa volontà roosveltiana). Questa apertura
globale doveva valere non solo per tutte le merci dell’apparato industriale
americano, che, con le due guerre mondiali, aveva ricevuto una solida spinta
dalle circostanze, ma anche e soprattutto per tutti i prodotti culturali
americani, specialmente quelli dell’industria cinematografica.

Carl Schmitt ci dimostra che l’Impero Britannico è stato un “ritardatore
della storia”, impedendo ai continenti, alle unità di civilizzazione, di
unirsi e di federarsi in grandi spazi coerenti, in seno ai quali avrebbe
regnato la pace civile. L'Inghilterra, in effetti, ha protetto gli “uomini
malati”, come la Turchia ottomana alla fine del XIX secolo. Questa politica
è stata perseguita dopo il 1918 e dopo il 1945, quando la Gran Bretagna e
gli Stati Uniti che, in questo campo, diedero il cambio a Londra, rimisero
in sella e protessero dei regimi traballanti, sclerotici, obsoleti, inutili,
pesanti, ridicoli, corrotti. Questo è vero non solo in America Latina e in
Asia (il regime sud-vietnamita è l’esempio da manuale), ma anche in Europa,
dove le pagliacciate della politica belga hanno potuto susseguirsi, come le
insensate corruzioni dell’Italia, le buffonate della IV Repubblica in
Francia, etc. La politica “ritardatrice” anglo-americana interdice alle
nuove forme di socialità di esprimersi, di svilupparsi e poi di assestarsi
nei tessuti sociali. Diverse alternative, nuove esperienze tendenti a
rendere le società più giuste, più conformi alla circolazione reale delle
élite, non sono possibili in un tale mondo. Vengono anche bloccati i nuovi
raggruppamenti tra Stati nel mondo: panafricanismo, paneuropeismo,
panarabismo nasseriano…

Nell’ottica dei suoi protagonisti, questa politica ritardatrice-reazionaria
deve essere consolidata da un imperialismo culturale allo scopo di
controllare i popoli in maniera soft. L'Unione Sovietica ha controllato l’
Europa centrale e orientale dal punto di forza dei suoi eserciti, della sua
ideologia marxista-leninista, del COMECON, etc, tutti strumenti grossolani
che non hanno dato che risultati scadenti o hanno conosciuto un netto
fallimento. I recenti avvenimenti hanno provato che i metodi sovietici di
controllo non sono riusciti a sradicare i sentimenti di appartenenza
collettiva né le coscienze nazionali e religiose pre-sovietiche. Ad Ovest,
invece la strategia di controllo americana si è mostrata più efficace e più
sottile. Il cinema di varietà americano ha ucciso le anime dei popoli
sicuramente più dei proiettili dei carri armati dell’armata rossa o degli
ukase degli apparati comunisti. Affermando questo, non dico che non vi siano
dei buoni film americani, che i cineasti d’Oltreatlantico non abbiano
realizzato dei capolavori. Indubbiamente, in questa pioggia di produzioni,
ci sono delle opere geniali che noi rivedremo senza dubbio con piacere e
ammirazione per qualche decennio. Ma, indipendentemente dal carattere
geniale di tale opera o talaltra, la politica dell’imperialismo culturale è
stata di trapiantare sul corpo fortemente storicizzato dell’Europa l’
ideologia del livellamento dei Padri Fondatori, con il suo contorto codazzo
di fenomeni connessi: il suo sfrenato sentimentalismo, il manicheismo
semplificato e isterico, il nuovismo patologico ostile nei confronti di
tutti i riferimenti alle radici, l’astio cammuffato dietro la patina dei
buoni sentimenti, etc. In breve, un contorno che avrebbe suscitato l’estro
di un Hieronimus Bosch. Perché l’invasione di queste affezioni spregevoli ha
come conseguenza di indebolire tutte le forze coesive identitarie.

Oggi stesso, Dimitri Balachoff ha dichiarato ai microfoni della RTBF che i
film americani sono universali. Caratteristica che egli trova eminentemente
positiva. Ma perché universali? Perché, spiega Balachoff, gli Stati Uniti
sono un melting pot  e, di conseguenza, tutti i prodotti culturali devono
essere capiti da Irlandesi e da Inglesi, da Spagnoli e da Ispanici, da Neri
e da Indiani, da Italiani, da Ebrei e da Francesi… In che modo i film
americani se la sono cavata per diventare questa sorta di koiné moderna dell
’immagine? Balachoff ci dà la sua risposta: attraverso una semplificazione
dei dialoghi, del contenuto intellettuale e della trama. Ma come si può
misurare concretamente questa semplificazione? Perché, dixit Balachoff, un
film americano resta perfettamente comprensibile senza il sonoro per
quindici minuti. Al contrario, un film italiano, privo di sonoro, non si
comprenderà che per tre minuti. Un film ceco, sullo stile di Kafka, Kundera
e Havel, non sarà senza dubbio comprensibile che per 30 secondi, se si
toglie il sonoro.

La tendenza generale dell’imperialismo culturale americano è dunque di
abbassare la qualità della produzione cinematografica al di qua del livello
linguistico più elementare, mentre la lingua è l’espressione di una
identità, dunque di un modo di essere, di una specificità a volte difficile
da comprendere ma assai più interessante e portatrice di arricchimento. E’
questa volontà di abbassare, di semplificare, che noi critichiamo nell’
americanismo culturale contemporaneo. Questo impoverimento della li0ngua e
dell’intreccio, ecco quello che Claude Autant-Lara (*) ha voluto gridare
alto e forte nell’emiciclo di Strasburgo. Egli ha cozzato contro l’
incomprensione che si sa. Egli ha provocato lo scandalo. Non tanto a causa
di qualche slittamento antisemita, ma precisamente perché egli ha criticato
questa semplificazione americana così pericolosa per le nostre creazioni
artistiche. Dei testimoni oculari, membri di qualche partito, hanno potuto
vedere, dopo l’uscita teatrale di socialisti e comunisti, i volti
costernati, interrogativi e beoti dei deputati conservatori, liberali e
democristiani. Uno di essi ha perfino sussurrato: “Ma è folle, attacca l’
America!”. Questo pover’uomo non ha capito nulla… Questo pover’uomo non ha
chiaramente cultura, senso dell’estetica, questo disgraziato non ha colto il
senso del proprio secolo che è stato chiamato il “secolo americano”.
 
Ma, in questa parte finale della mia esposizione, mi sembra utile tracciare
una cronistoria dell’americanizzazione culturale dell’Europa a partire dal
1918. Dopo la Grande Guerra, gli Stati Uniti detengono quasi il monopolio
dell’industria cinematografica. Ecco qualche cifra: tra il 1918 e il 1927,
il 98% dei film proiettati in Gran Bretagna sono americani! Nel 1928,
sopravviene una reazione a Westminster ed interviene una decisione
governativa: almeno il 15% dei film proiettati nelle sale del Regno Unito
devono essere britannici. In Germania, nel 1945, le autorità alleate
impongono, su pressione americana, il divieto di tutto Kartell. Dopo che la
zona occidentale recupera un briciolo di sovranità con la proclamazione
della RFT, il parlamento, ancora strettamente controllato dalle autorità di
occupazione, vota il 30 luglio 1950 una legge che vieta ogni concentrazione
nell’industria cinematografica tedesca. Ma il caso francese è di gran lunga
il più interessante e il più istruttivo. Nel 1928, Herriot fa votare una
legge per proteggere l’industria del cinema francese, allo scopo, dice, “di
difendere i costumi della nazione contro l’influenza straniera”. Ne 1936,
con il Fronte Popolare al governo, la Francia abbassa la guardia: su 188
film proiettati, 150 sono americani. Nel 1945, 3000 film americani inondano
l’Europa che non li aveva ancora mai visti. André Bazin dirà che, in questa
massa, ci sono cento film interessanti e cinque o sei capolavori. Nel 1946,
Léon Blum, figura uscita da questo Fronte Popolare che aveva già abbassato
la guardia, accetta, di fronte alla pressione americana, questa irruzione.
In che cosa consiste questa pressione americana? In un ultimatum alla
Francia in rovina: gli Stati Uniti non concederanno nessun credito nel
quadro del Piano Marshall se i Francesi rifiuteranno di aprire le loro
frontiere alle produzioni cinematografiche americane!! La Francia ha
capitolato e, alcuni decenni più tardi, il linguista e anglicista Henri
Gobard ne trae le giuste conclusioni: la Francia, minata da un’ideologia
laica da tabula rasa, debilitata dal suo modello universalista di pensiero
politico, deve giungere del tutto logicamente a questa capitolazione
incondizionata. Essa ha eroso le culture regionali dialettali; essa cade
vittima di un universalismo livellatore più potente, questa volta biblico.
Negli anni 50, la situazione è catastrofica in tutta Europa: la percentuale
dei film americani sull’insieme dei film proiettati nelle sale è
schiacciante: 85% in Irlanda, 80% in Svizzera, 75% in Belgio e in Danimarca,
70% nei Paesi Bassi, in Finlandia, in Gran Bretagna e in Grecia; 65% in
Italia; 60% in Svezia. Le cose sono certamente cambiate, ma il peso dell’
industria cinematografica americana resta forte, compreso nel mondo della
televisione; esso soffoca la creatività di migliaia di piccoli cineasti o di
amatori geniali che non possono più vendere il loro lavoro di fronte alla
concorrenza dei grossi consorzi e davanti alle onerose campagne
pubblicitarie che questi ultimi possono finanziare. In sovrappiù, essa
riprende sempre la deleteria ideologia americana, senza radici dunque senza
responsabilità. Le leggi inglesi del 1928 devono dunque essere di nuovo
sottoposte a discussione. Lo spirito che ha ispirato la loro elaborazione
dovrebbe servirci da fonte vitale, di giurisprudenza, per legiferare un’
altra volta nel medesimo senso.
 
Qual è il significato di questa politica? Quali ne sono gli obiettivi?
 
Riassumiamoli in tre categorie.
 
1 : I popoli d’Europa e di altrove devono essere condotti a percepire le
proprie culture come inferiori, provinciali, oscurantiste, "fuori moda", non
illuminate.
 
2 : I popoli europei, africani, arabi ed asiatici devono perciò accettare i
criteri americani, soli criteri moderni, illuminati e morali. Bisogna che
essi lascino penetrare goccia a goccia nelle loro anime i principi di questo
americanismo fino a che essi non possono più reagire in maniera specifica e
indipendente.
 
3 : Lo Stato o il sistema che divengono padroni della cultura o, per essere
più precisi, della cultura del tempo libero, dominano i riflessi sociali.
Una sottile applicazione della teoria di Pavlov…
 
Questa politica, scientemente condotta, dopo il 1945, nasconde bene dei
pericoli per l’umanità: se essa giunge a spingere la sua logica fino alle
estreme conseguenze, non potrà sussistere più alcuna forma di pluralità, il
caleidoscopio formato dai popoli del pianeta sarà trasformato in una zuppa
insipida di “umano troppo umano”, senza possibilità di scelta tra diverse
alternative, senza poter sperimentare possibilità multiple, senza poter
lasciare germogliare, nelle anime e nei differenti spazi, delle virtualità
alternative. In breve, avremo allora un mondo grigio, condannato alla
posizione di stallo, senza diversità di riflessi politici. Per il cantore
bretone Alan Stivell, ogni cultura esprime una sfaccettatura specifica della
realtà. Cancellare una cultura, maltrattarla, vuol dire rubare una parte del
reale, proibire di scoprire la chiave che dà accesso a questa parte della
realtà. In questa prospettiva, l’universalismo è una volontà di ignoranza
che manca precisamente ciò che pretende di aspettare, ossia l’universale.
 
L'esempio dei Paesi Baltici è assai interessante. I popoli baltici
comprendono cinque o sei milioni di persone, molto consapevoli della loro
identità, delle spinte della loro storia, dei loro diritti e dell’importanza
della loro lingua. Dopo aver marcito per quarant’anni sotto la ferula
sovietica, questa coscienza popolare è rimasta viva. A Ovest, non c’è niente
di simile. L’esperienza delle scuole bretoni deve naufragare. Nei paesi
baschi, la “baschizzazione” di certi canali televisivi non ha prodotto che
la traduzione in basco degli episodi di Dallas!
 
Che cosa conviene allora fare per raddrizzare il timone, alzare una barriera
contro questo americanismo che costituisce, per parlare con un linguaggio
meno polemico e più filosofico, una volontà di estirpare ogni identità e
radice, di cancellare tutti i contesti per lasciare campo libero a una e una
sola sperimentazione e per interdire per sempre ad altre virtualità di
passare dalla potenza all’atto? Bisogna impegnare una radicale Kulturkampf
in tutti i campi dello spirito e della società e non solamente nel cinema.
Dobbiamo renderci pienamenti indipendenti da Washington tanto nel settore
alimentare (importiamo troppo grano e soia; prima dell’entrata di Spagna e
portogallo nella CEE, noi dipendevano al 100% dagli Stati Uniti per il
nostro consumo di soia, prodotto di base nell’alimentazione del bestiame)
che nel settore militare e tecnologico. Ovunque bisognerà intraprendere una
ricerca dei nostri valori profondi: in teologia e in filosofia, in
letteratura e nell’arte, in sociologia e in politologia, in economia, etc.
 
La Kulturkampf  che abbiamo in vista, oppone la pluralità caleidoscopica dei
contesti e delle identità al grigio pancotto del miscuglio che ci viene
proposto, dove il mondo si ridurrà ad un miserevole collage di parti
raccolte qua e là e separate dal loro humus.
 
La Kulturkampf  richiede fatica, partecipazione, iniziativa: pubblicate,
traducete, parlate, organizzate conferenze e feste, fate uso delle vostre
videocamere, leggete senza tregua. La fine della storia che annunciano i
trionfalisti del campo avverso, non avrà luogo. Dal confronto delle
differenze, dalla gioia delle fratellanze e dalla tragedia dei conflitti
nascono le sintesi e le novità. Bisogna che questo sgorgare non cessi mai.
  
Discorso pronunciato all’Università di Louvain,ile 16 gennaio 1990
 
Traduzione dal francese a cura di Belgicus

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